La realtà molto spesso supera la fantasia: situazioni strane e assurde della
vita quotidiana
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Psycocanto | Domanda | Ballata stramba | Georgica | Sfogo | Non so | Malattia psicosomatica | Se no | Lo stress di Filottete | La vecchia prof | Il prof Arnaldo al mare |
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Caro mio, cosa fai tutto solo nel pollaio? - Le galline io ammiro per la loro maestà, quando placide ti guardano e ti fanno coccodè, coccodè, noi siam con te! - Caro mio, non ti vergogni? Cosa dici? - Dico che mi piace il gallo per la sua autorità. Osserva tutti con occhio obliquo e poi fa chicchiricchiii - Caro mio, ti senti male? Un dottore ti ci vuole del cervello conoscitore. - A me piace molto l’uovo; la mattina me lo succhio in un baleno. Bene sto tutto il giorno, benedetto sia l’uovo! - Caro mio, tu sei matto! Più dell’uovo ti ci vuole una mazzata che ti faccia rinsavire. Anormale tu mi sembri! - Senti senti chi mi parla! Bacchettone conformista sempre più trasformista. Io di te me n’impipo; vacci tu dall’analista ché mi pari nichilista. Io amo polli e galli, embè, che te ne frega? Pensa un po’ ai cazzi tuoi che ai miei ci penso io! - |
| Cara mia, cosa vuoi? Forse forse in cerca di guai vai? Non avere tanta fretta di vedermi rovinato. La pellaccia io ho dura, e non sempre sono buono. Ieri sera, per esempio, ho mangiato una salsiccia senza perder tanto tempo a pensare al colesterolo. Tu invece stai molto attenta! Ti avvinghia la cellulite forte, ti vuol bene non c’è dubbio, qualche figlio con te vuol fare. Cosa dici, cosa fai? Calma stai, e non rompere le uova, se no fai una frittata. Non passare altezzosa, qualche volta scendi giù; puoi cadere nel fango se guardi sempre in su. Una smania è la tua vita, agitata e incarognita. Per che cosa poi? Per sentirsi dire brava. Cara mia, cosa vuoi? Lascia in pace il can che dorme, al tuo posto a stare impara, se non vuoi pagarla cara. |
| Dante pedante tira ritira l’incerta carretta con volto sconvolto da un liso sorriso. E’ un dotto prodotto di un tetto protetto da venti serventi con visi divisi da amici nemici. Rino Torino canta incanta la retta Doretta, frutto distrutto da chiuso sopruso, brutto costrutto di versi diversi. Saggi assaggi di vini divini, vinti sospinti in venti conventi. E’ lunga prolunga l’attesa sorpresa del messo dimesso da vieto divieto. Il grosso ingrosso di un duro figuro pianta impianta un presto pretesto nel retto ristretto con solo assolo di certo concerto. Si china inchina Mastro Salmastro, caro acaro, canta accanto ad un ratto distratto nel letto diletto del pronto soccorso. Corso ricorso, orso con orso, serpe serpente cento su cento tanti contanti: vasto impasto di sana tisana e lenta polenta. Spinge sospinge prosegui |
un comodo comò nella mora dimora, seria miseria; tende contende il seno coseno, ama riama nero Nerone. Alza rialza il cero sincero del vasto impasto, tangente cotangente, verso i santi pensanti. Presa impresa Rosa sorpresa bilancia la lancia, in guerra guerriera scaglia la scaglia, spinta sospinta da cani arcani. Lava l’avara, cara carogna, amica nemica di pesi sospesi con rotti cerotti. Vede s’avvede chi ride deride; conta racconta favole su favole. Luce riluce la bella ciambella, simile a stella, ascolta la scolta che gira e rigira nel tetro teatro. Giunge congiunge mani su mani; lieta s’allieta, in bocca il boccale, beve ribeve nel bar del barone. Ode l’ode di Bacco e tabacco col viso severo, roso corroso da molte bevute. Finalmente è finita la stramba ballata. |
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Georgica |
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- Io sono verde, rosso e giallo;
tu, invece, solo rosso - |
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Sfogo Grande nausea mi afferra quando entro nella serra che si trova al secondo piano della media di Cazzimmano. Una massa di bastardi che di testa sono tardi, viziati e maleducati dalla nascita sono stati. E’ merito della famiglia che a un serraglio somiglia; è demerito delle maestre che stanno alle finestre; è vergogna per i professori che della scienza sono i cultori. Non c’è più nessuna regola tutti in culo han la fregola di non fare proprio nulla come se fossero ancora in culla. Almeno allora cacavano, e basta, dormivano, mangiavano, e basta, piangevano, pisciavano, e basta. Ora si danno con concertazione alla maleducata provocazione. Siamo arrivati alla degradazione. E’ questa la scuola del futuro? Sono questi gli Italiani del futuro? Saranno adatti a pulire i cessi? Sopravviveranno cotali fessi? Si concede proprio troppo, vanno avanti senza intoppo. (Elisir) |
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Non so chi tu sia, quanto alta, quanto grassa tu sia. So soltanto apprezzare la tua lingua quando ferma essa sta. Sei proprio una docente che insegna con il cuore, senza molta preparazione col cervello in ibernazione. Usa la tua larga lingua con sensata moderazione, non la sbattere qua e là nella bocca: bla, bla, bla. Il tuo cuore - tu dici - trabocca d’amore per la scuola, per i bimbi, ma non disdegna i corimbi. Fa’ la brava! Non portare il santo verbo tra le genti impertinenti. Non dare buon esempio tutti quanti promuovendo. Metti un freno alla tua passione, non frenare la ragione. Non avere molle il cuore, quando incontri un truffatore. |
| Se no Caro il mio ragazzo non fare il pazzo, se no ti strapazzo. Vai dicendo alla gente che non so fare niente, nemmeno pulire un dente. Vuoi mettermi in scacco, ma io ti mollo un pacco e ti infilo in un sacco. Non fare il calabrone, sta’ fermo col pungiglione, se no finisci in un burrone. Sulla tua faccia scema hai spalmato la crema con la mano che ti trema. Hai il naso tutto rosso, hai bevuto vino rosso -che puzza hai addosso!- E vai in giro a dir male, a dir cose senza sale: ti piace fare il sensale. Non spargere pettegolezzi che diffondi con falsi vezzi, se no ti faccio a pezzi. Imbecille e meschino, abituato all’inchino sei di tutti un lecchino. Per l’ultima volta t’avverto smetti di suonare il concerto, se no ti invio un serto di crisantemi viola o ti liscio con la mola mentre urli a squarciagola. Ricevuto hai il messaggio! Questo è solo un assaggio. Cerca d’essere saggio. Se no, caro ragazzo pazzo, ti strapazzo. (Elisir) |
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Lo stress dei
docenti |
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La vecchia prof
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Con l’anca bianca arranca stanca e male incede col vecchio piede. Cianchetta storta con la sua sporta, di rado ride, ma non sorride. Pensa e ripensa: magra dispensa per i docenti nullatenenti, lavoratori e fautori di novità d’alta bontà di serietà d’assurdità! Ripensa triste ai fatti visti, a lunghe liste di classi miste. Un giorno nero, non sembrò vero, cadde per terra al pianterreno, lunga distesa, da male lesa, mentre spiegava cos’è la lava. Da stress colpita cambiò la vita, un tempo bella, su una barella. Quanti dolori, quanti dottori! Che dispiacere tutte le sere piangere muta sola, abbattuta. Com’era lieta, quando parlava tutta faceta; quando tuonava, tremenda diva, ed inveiva ai pigroncelli, prosegui |
spesso ribelli.
Ora non più, |
| Fa tanto tanto
caldo, andiamo tutti al mar! Distinto prof Arnaldo, le bare lascia star. Distesi sulla sabbia sotto l’ombrellone lontani dalla rabbia dell’interrogazione. La mattina sei a scuola vestito già di nero con la bianca pezzuola ed in macchina il cero. Nell’acqua freschi freschi senza sentir lamenti senza toccare teschi né vedere occhi spenti. Egregio prof Arnaldo, comprati un bel costume che puoi trovare in saldo. Noi intanto tra le spume sguazziamo con le donne e offriamo lor granite, mentre tu infili gonne alle morte stecchite. Sulla spiaggia è un incanto, la tristezza è svanita. Soltanto s’ode il canto che a nuotare ci invita. C’è chi grida: è contento, fa un tuffo a testa bassa, mentre tu lento lento ficchi uno nella cassa. Vieni qui, Arnaldo, vieni, le bare lascia star. Non ci sono qui i freni, anche i prof vanno al mar! Ecco Arnaldo, ecco arriva con lo slip tutto nero. Si butta sulla riva con in testa un sombrero. Fa il morto alla deriva, come fosse annegato, mentre l’onda lasciva gli accarezza il costato. C’è chi ride alla scena quanto mai divertente. Dove son lutto e pena? Ora lui non li sente. Dove son gli occhi mesti? Dai morti son lontani. Ma ai tristi e buoni gesti tornerà lui domani. |
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| Pecorella piange piange. Agna smunta alza la lagna, geme trepida in campagna dalla Senna fino al Gange. - Sono proprio sfortunata sin da quando sono nata. Triste è stata la mia vita dolorosa ed asservita. Alla morte del mio Becco le zampette non m'han retto: pel dolore son svenuta nel vederlo sulla griglia arrostito a pezzettoni, prelibato arrosticino dell'umana gozzoviglia. Belle corna e dolci modi egli aveva, quando al cuore mi stringeva con ardore Becco re, muscoli sodi. Sempre il latte, beee!, ed il vello ho donato generosa, ma rubato m'hanno Agnello, figlio mio messo in padella, da vile epa sfatto untuosa. Anni sono che, beee!, piango nel Paese del bel canto al pensiero dei miei cari; piango ancora, sono stanca, stufa dei maltrattamenti e dei con-dizionamenti di pastori e cani vari che s'affannano a guidarci, galoppini tutti marci. Dicon: -Noi pensiamo a voi, grande popolo d'eroi, ammansito con promesse camuffanti l'interesse d'ammassare l'erba fresca aderendo alla gran tresca. Per avere un filo d'erba fare debbo vita acerba. In malora se ne vada, il pastore, quello buono, beee!, che m' ha chiamata nera, (non ho più la lana bianca!) e ha promesso di scuoiarmi e la fine fare farmi del mio Becco inopportuna una sera al chiar di luna. Tra le rocce son scappata per non essere spellata. - Pecorella, beee!, riflette: - Già dal tempo di Caino ingiustizie noi subiamo (è destino dell'ovino), noi soffriamo come Abeeele grandi pene nell'ovile. Quando vedo quelle lane che governan così male mi dispiace d'esser mite, attaccare vorrei lite. Meglio vivere, beee!, giorni cento, buona pecorella, sottoposta alla gabella, e non fare ghigno odioso del leone vanitoso. A me toccano gli scorni, al leone date onori! Da lui cosa ricevete, cari, ingrati, miei signori? Forse lana, forse latte, forse pelle, forse carne? Voi rispondermi volete? - S'adira Agna e si lamenta: - Il pastore, disgraziato!, tutti gli anni m'ha tosato, e m'ha munto tutti i giorni. Or la carne sol mi resta e a togliermela s'appresta per avere due quattrini (bramosia dei malandrini) e far bella la sua festa. Saria giusto protestare, e la mia ira dimostrare, urlar nera ed infuriata, sibilare ed avvinghiare, e mugghiare od annitrire, i pastori far morire, dare calci all'impazzata, miagolare od abbaiare, ululare ed azzannare. Se potessi, ah se potessi, tutti, beee!, vi farei fessi! Manco questo m'è concesso: mandar tutti a quel paese! Il buon Dio s'è divertito: benedetto, m'ha creato, e nei guai m'ha cacciato. Beeeee, beeeee, beeeee! - |
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