
Deontologia professionale: virtù e difetti degli insegnanti
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Don
Rosario
Ho sgranato con Rosario
i misteri del rosario.
Lui combatte le angherie
canticchiando litanie.
E perfino con gli oremus
ti risolve tutti i rebus.
Ha buon cuore don Rosario.
Si ricorda del Calvario,
quando predica tuonando
e consigli seminando.
Segue ciò che il Capo dice,
il peccato maledice.
Raggranella ancor denari,
celebrando riti vari.
Siamo noi nel Cinquecento?
Quel rumore sacro sento,
quando giù il soldino scende
per ricevere le ammende.
Ciò non è spirituale,
è bensì molto venale.
Non mi dite qualunquista,
se la cosa vi rattrista.
Molti saggi l'hanno detto,
lo ripeto con rispetto.
Ce lo disse questo Dante
e non era un mercadante,
ce lo disse anche Giordano
e non era luterano;
disse ciò Papa Giovanni
con franchezza, senza inganni.
E Gesù scacciò i mercanti
molto prima dei suoi Santi.
Ora dicci, don Rosario,
voi seguite qual binario?
Predicate santità,
non pensando all'Aldilà?
Voi credete in quel che dite?
Il Vangelo voi seguite?
Non parlate di Giudizio,
imbiancati da quel vizio.
E non siate intolleranti,
se volete farci santi.
E non dirmi terrorista
e nemmeno comunista,
se una critica rivolgo,
e per niente me ne dolgo,
alla santa ipocrisia
della somma gerarchia.
Il
Professor Preco
(o dell'Amor platonico)
Sono Preco,
prof di greco,
il secchione
di Platone.
Lo confesso:
son quel desso
che ti amai
come un fesso,
mentre tu
alle Hawaii
sottinsù
mai giammai
tu dicevi:
- signornò -.
E giravi
à gogo,
esibendo
il popò.
Poi gridavi
al tuo pravo:
- Vieni amore,
dammi il fiore! -
Spudorata,
avvinghiata
(che sfrontata!)
al flessore
seduttore
sulla sabbia
(ahi che rabbia!),
mentre ignavo
ti sognavo
tutto fiero
col pensiero
illibato.
Che cretino
sono stato!
Ora so
chi tu sei;
al marò
dici okay,
mentre reciti
l'Agnus Dei
e solleciti
i priapei
atti rei
con amplessi
indefessi.
Ah se avessi
tu parlato!
Quella cosa,
tutta rosa,
t'avrei dato!
Se ricordo...
Una volta
mi dicesti
disinvolta:
- Sei un tordo! -
e ridesti.
Or mi mordo
le due mani,
sono sordo
ai richiami:
tu volevi
solo sesso.
L'ho scoperto
solo adesso!
Sono certo
un gran fesso.
Ma lontano
non andrai,
sul più bello
pagherai,
sentirai
come suona
la ciaccona
il tuo Pan
col tamtam.
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La docente delusa |
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1 |
2 Ma finito è il tempo della pietanza condito dalla maleducazione; il momento del rigore ora avanza e infine si vedrà chi ha ragione. Ma non voglio perdere la speranza di far bella figura col solone ed evitar una truce mattanza davanti alla severa commissione. Un occhio chiuderò e con ferma mano scosterò impavida un po’ di letame; tanto nel Paese siamo italiano. E dico che quella scuola è ciarpame, dove la strada è aperta al ciarlatano, se ti spinge ad un gesto così infame. |
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| Il precario |
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Un verso qui ci vuole particolare |
con l’imposizione della dotta mano; della mia cultura agli altri faccio dono, ma nessun docente m’è riconoscente, specie quelli di ruolo privilegiati, al superato sistema abbarbicati, che spesso mi danno dell’indisponente, perché, sia chiaro, proposte su proposte avanzo con solerte e profondo slancio col cuore proteso a procurarmi il rancio. Le aspettative inutilmente riposte per colpa di questa gente in fumo vanno; e, benché forte sia, in depressione cado; il giorno maledico in cui passai a guado il fiume della scuola con tanto affanno. Fidato mi sono dei falsi consigli, delle lusinghe del posto assicurato, da una fallace visione trascinato allevare non so come i miei tre figli - Così finisce in amara delusione la storia di un uomo illuso dal miraggio d’avere in sé la stoffa del personaggio, che il lavoro riteneva una missione. |
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L’insegnante scontenta |
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La
riconosco immediatamente, |
e fosche previsioni ipotizzando. Poi si calma. La scuola tal dei tali elogia, dove i docenti hanno le ali, con lealtà collaborano insieme e della cultura piantano il seme; gli alunni sono educati e studiosi, dei loro professori rispettosi; senza far nulla non stanno i bidelli, ma vigili controllano i monelli; anche -sospira- il Capo d’Istituto non è fannullone né sprovveduto. Andrebbe avanti con la tiritera, parlerebbe di fila fino a sera. Ogni tanto sollecita un assenso, richiedendolo con fare melenso. Si guardano in faccia i quattro stupiti, depongono l’aria da rimbambiti; tolgono il disturbo da impegni mossi, sola lasciandola a rodere i suoi ossi. |
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La docente valente |
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Dopo un anno di vacanza l’esame or avanza. La Docente ha paura di fare amara una magra figura; allora inizia a scrutare il fogliame della preparazione assai insipiente che lieti hanno gli alunni accumulato in base al piano da lei caldeggiato ed imperniato sul dolce far niente. Rapide le foglie volano via nell’abisso tetro dell’ignoranza dove minima non c’è una speranza e non ha alcun potere la magia. Ma il bello è che lezione non si fa: nel periodo siamo delle gite obbligatorie e da tutti gradite; per venti dì baldoria ci sarà. Con gli sguardi carichi di tristezza ci lamentiamo che non fanno niente, che alcun interesse hanno per la mente, che il simbolo sono della sconcezza. - Come l’esame affronteranno questi? - Inermi ci domandiamo e angosciati. - Non siete alle sorprese abituati! - Replicano esperti i docenti desti. - Ma l’esame che cos’è? - - Una cosa che non c’è! - - L’esame non è reale, è solo prova ideale. - - Sentiremo le sciocchezze, diremo che son saggezze. - - Preoccuparsi è insano, diamo loro una mano. - - Facciamo loro un dispetto: promuoviamoli di getto! - L’ironia non apprezza la docente, acida inveisce con disappunto: - Cinici non si può essere a tal punto! - di botto rammentandosi valente e adorna di maestria in sommo grado. Riflettesse razionale un momento prosegui |
potrebbe forse dire con sgomento d’aver portato gli alunni al degrado. Ma lungi da lei tal pensiero sia! Alto sentire alberga nel suo cuore, inclito è dei suoi progetti il valore. Fa e disfa con ansiosa frenesia la tela della pubblica apparenza; escogita progetti a tutto spiano, ti svolazza intorno come un tafano, cercando il tuo assenso con insistenza. Quando giunge l’ora del rendiconto alle ortiche butta la coerenza: la classe valuta con impudenza, salvando così il proprio tornaconto. Il coraggio le manca di spiegare come le cose veramente stanno; mette furba gli alunni sullo scranno del dotto sapere per imbrogliare, fallace, prima di tutto se stessa e dopo l’egro mondo della scuola, girando al vento come banderuola e auspici augurando qual pitonessa. Dicci dicci, dicci dicci, come si fanno i pasticci? Come mai in aula non sei? Sei andata ai Campi Flegrei. Il supplente spesso è andato al tuo posto esacerbato. E la classe tu mi lasci? E lamenti poi gli sfasci. Gli alunni son da seguire! E poi tu li fai languire. La Docente non ci sta, grida forte la sua innocenza, il lavoro dispiega: la sua relazione non fa una piega, rigidi gli occhi, le labbra storte. L’aria è tesa: pronti siamo al litigio; lesto previene il Capo i litiganti: - Sempre ci saranno degli ignoranti. Dare si deve alla scuola prestigio. – |
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La vicaria |
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Prega ogni mattina Maria Montessori, degli educatori si crede regina. Quando giunge a scuola, porta una valigia stracarica e grigia; tutta trascolora col registro in mano. Palpita il suo cuore davanti al Dottore, l’egregio decano. Parla a spron battuto, la fronte arrossata, è proprio eccitata, la gola un imbuto: glu, glu, glu il progetto, che splendida mente! S’agita rovente, ma è il solo diletto dell’inutil vita che deve passare. Ai figli badare, essere asservita; quest’è la sua vita: agli altri pensare! Il triste pensiero la gioia fa sparire, il viso incupire, crolla il mondo intero. Ascende le scale col volto turbato: - Quello m’è toccato, un marito tale, senza un po’ di sale, pure squattrinato! - Da un gridio è riscossa: l’alunna acca canta, il baccano monta. Ieratica indossa il mantello austero dell’Educatrice, e, siccome è vice, impone l’alto impero. Oh, che gioia il rispetto; la testa s’innalza, ratta innanzi balza, s’erge largo il petto. - Io la guida sono, portata al perdono, però non sopporto proprio i mascalzoni che fan gli spacconi come in angiporto! - strilla a piena voce nel silenzio teso. A lei tocca il peso: portare la croce. La ragazza abbraccia, lo sguardo da rana, comprensiva e umana, la collera scaccia. Al suo mondo torna, felice e beata; geniale trovata la mente frastorna: funzione obiettivo, geniale trovata! - Tu sei mal pagata, lo Stato in attivo. Aneli al guadagno, in quattro ti fai, e poi che cos’ hai? Governo taccagno! E’ una caramella, intanto succhia quella, cara la mia ancella, che sogna la stella - - Se calcolo le ore, scorgo la miseria; prosegui |
non è cosa seria, provo del rancore; mi verrebbe voglia di lasciare tutto, lanciare un insulto, salire altra soglia. Ma proprio non posso, la mia è una missione, somma dedizione, e rosicchio quest’osso - Svelata s’è infine! Mi pare delusa; è forse un’illusa? Ah, ma che divine le sue aspirazioni: la cultura spande; compra le mutande con le sue lezioni. Solerte perdura nel suo sogno ascoso, nel mondo chiassoso riposa sicura. Pei bimbi stravede, per la scuola suda; rimarrebbe ignuda. Ma chi mai ci crede? Un progetto vi serve? - Nessuna paura -, subito assicura, e torbida ferve. Se lode riceve, tenera si squaglia, col fascino abbaglia come bianca neve. E’ fisso il pensiero: la scuola l’attende, alla scuola intende, lungo erto sentiero. A casa ritorna. Pulire bisogna, ignobile rogna, che dal bello storna. Si volge al suo mulo la vice zelante, gli impone all’istante di muovere il culo, perché lei ha da fare, i pollici non gira, grida piena d’ira, c’è altro a cui pensare. E le lezioni a preparar si mette: lieta procede verso le alte vette della didattica sognando il mondo, mentre i pargoli fanno il girotondo e il marito la scopa in mano porta e della dotta le angherie sopporta, proponendosi la separazione per porre fine a tale situazione. Forse che alla vice sorge un dubbio forse? Inutile forse: ciò a lei non s’addice, dei progetti autrice, vera protettrice, ogni sera prega i suoi pedagogisti e tra i cari testi i suoi pensieri annega. |
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| Il docente perfetto |
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Su nel cielo della Scuola impavido vola. Sulle ali del Sapere esercita il mestiere, sulle ali del Dovere sventola il piacere, sull’ara dell’Amore sacrifica il cuore; sull’ara del Lavoro sfrigola con calore. Ogni mattina a letto escogita un progetto. Tutti i giorni, inclemente, interroga il discente; quando finisce l’ora, ti chiacchiera ancora; le sue mani molto spesso agitano il gesso; alla sera, intristito, spazzola il vestito. Ad ogni riunione scalpita con passione. A parlar sempre pronto snocciola il racconto, e come l’altro ieri ti elabora i pensieri, e come il mese scorso articola il discorso, e come proprio adesso scivola sul sesso. Di tutti i genitori stempera i furori, di tutti i genitori solletica i favori. Ad ogni bella mamma esplica il suo programma, ad ogni babbo duro mescola il bromuro, per tutti i loro figli biascica consigli. prosegui |
Degli alunni
dementi illumina le menti. |
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| L’ambizioso catone |
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Non si strilla quest’anno ancora: |
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| L’ambiziosa illusa |
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Ancor quest’anno non si strilla |
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Il pedagogo |
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I suoi alunni vanno male? |
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La docente eclettica è tanto dialettica: di giorno farnetica, di notte solletica l’amata didattica con sapiente tattica. Per caso è antipatica? No! E’ molto simpatica, ma spesso drammatica. Vibra come elastico davanti al giurassico, ama il mondo arcaico del popolo incaico. E’ donna collerica: ti manda in America, se sbagli un acrostico difficile ed ostico. Gote come mantici, ti recita i cantici dei poeti classici e financo ossianici. E’ scarso il tuo lessico? Ti spedisce in Messico. E diventa caustica con la perifrastica. Errore sintattico? Per lei sei uno spastico. Diventa frenetica con la storia retica. E col neolitico? Ti passa al politico: impreca all’asettico stipendiuccio asfittico. Donna realistica studia la casistica di chirurgia plastica (il naso è una svastica!); un progetto mastica: ci vuole una drastica dura mano clastica. Pare essa paranoica? No, no, è soltanto eroica. Donna molto energica, ai timidi è allergica. Ma soffre di colica, cupa tragedia eolica, che rende fatica la sua calda natica. |
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Il professore aulico |
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