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Adolfo
Come ti ho visto mi son detto: -Questa deve essere una buona diavola
che non rompe le uova nel paniere a nessuno, tanto meno a me che sono
una pasta d'uomo per bontà e per onestà. Invece mi sono sbagliato,
perché tu sei risultata una grande scocciatrice, rompiballe colossale;
ogni volta che mi vedi mi chiedi un prestito; ma che scherziamo? Non
sono mica Paperon de' Paperoni! E poi cominci anche ad essermi
antipatica con quel tuo naso all'insù che sembra abbia paura di annusare
i poveri mortali, come se fosse stato soffiato da qualche nobile delle
passate epoche. Ieri l'altro ridevi come una tartaruga innamorata,
muovevi le mani come una languida fanciulla e dimenavi il sedere come
una ranocchia.>>
Così inizia il romanzo, intitolato "La vita è un problema", del bidello
Adolfo Bellini.
E' costui un uomo sui trentacinque anni, dalle gambe leggermente
arcuate, orecchie a sventola, narici dilatate e occhi un po' sporgenti.
E' perennemente seduto su una sedia metallica con sedile rivestito in
compensato, al centro del lungo corridoio del secondo piano della Scuola
media "G. Leopardi" di Variano. La scrivania su cui si appoggia
pensieroso è piena di fogli bianchi, quadernoni, due penne rosse, una
blu ed una nera. Non vede e non sente nessuno, tutto preso dalla sua
attività incessante. Scrive scrive scrive.
I ragazzi fanno a gara a chiedere il permesso di andare in bagno; si
divertono un mondo a passargli davanti, fargli boccacce scimmiesche,
camminare come sciancati per sfotterlo, sbattere le porte per vederlo,
finalmente!, sobbalzare. Lui alza la testa, osserva con austero sguardo
il corridoio...vuoto, sorride al soffitto, e poi si rituffa nel suo
ciclopico romanzo. E scrive scrive scrive.
Sono dieci anni che ha cominciato il romanzo. E' arrivato a pagina 4357
e non ancora entra nel vivo della vicenda. Altro che "I Miserabili" o
"Guerra e Pace", la sua creazione dovrà superare le barriere del tempo,
dovrà essere il fulcro della cultura del Tremila.
La sua mano corre veloce; ogni tanto egli si ferma, cambia penna e
sottolinea di rosso alcune parole; poi passa alla penna blu e disegna
dei magnifici ovali intorno ai termini fondanti; quando afferra la penna
nera, son dolori. Sembra straziato: gli occhi quasi strabuzzano, si
contorce sulla sedia, e...zac! un taglio netto sulla frase malcapitata.
E quei birbanti di alunni che ti fanno? Lo imitano, entrando e uscendo
dalle aule e dai bagni. Qualcuno più maleducato ed audace di altri
disegna addirittura sulle pareti segnacci e svolazzi rossi neri blu.
Quelle poche volte che arriva la preside, richiamata dal frastuono e
dalle sghignazzate, tutto per incanto tace: gli insegnanti non hanno
visto e non sanno; gli allievi, poveri angeli, sono compostissimi.
Quella sbraita al vento, nessuno si dà pena di prestarle attenzione.
-Che cos'è questo baccano! E lei, Bellini, cosa fa? Scalda la sedia?
Lavori, lavori. Si guadagni lo stipendio!-
Il bidello si alza, tutto anchilosato, con tre penne in mano; sorride
con una smorfia disgustosa, come per dire: - Ma lei m' interrompe
l'estro creativo!-Cosicché sfiduciata, irata, minacciando sanzioni
disciplinari agli insegnanti ed agli alunni, e licenziamenti in massa ai
collaboratori scolastici, se ne torna in presidenza a sorseggiare la sua
tazzina di tè.
Appena sparisce, rieccoti il putiferio. Tutti son contenti e, a detta di
Adolfo, il peso della cultura si fa sentire in un ambiente sereno, dove
è molto proficuo lavorare.
Ma lui svolge il lavoro per cui è pagato? Certo! In mezz'ora ti pulisce
le aule, il corridoio, i bagni e alle tredici e trenta precise vola a
casa dalla sua famigliola.
Ad attenderlo ci sono, a sentir lui, due graziose personcine: la moglie
Marietta e la figlia di cinque anni Giuseppina. A dir la verità son
bruttine, ma per Adolfo sono ninfe; le ama veramente, è molto legato ad
esse che, servizievoli, si preoccupano tanto delle fatiche a cui è
assoggettato.
Ingurgitato un grosso piatto di pastasciutta, scolato un mezzo litro di
vino, il buon Bellini può raccontare la sua pesante e faticosa giornata
trascorsa a scuola. Ma del romanzo in casa non parla affatto. Si sa, son
cose da letterati quelle, mica roba per quella ignorantona (nel senso
che ignora, non sa) di sua moglie. I suoi cari, compresi i parenti
lontani in Calabria, pensano che lui sia quasi sfruttato dallo Stato
italiano, che nemmeno una divisa gli passa! E Adolfo fa di tutto per
avvalorare queste ipotesi.
Verrà, verrà il giorno della riscossa, quando tutti, a cominciare da
quei tromboni di insegnanti, si inchineranno alla sua magica maestria,
al suo sublime capolavoro, al nuovo e imperituro vate della cultura
italiana. Perfino Dante, di fronte alla possanza delle sue
ineguagliabili idee, sarà ridimensionato.
Su questo medita, mentre gioca a cavalluccio con Giuseppina. Si rotolano
felici sul tappeto, la moglie prepara il caffè: perfetto quadretto di
sana famiglia.
"Ti sono vicino e mi sento di stare più tranquillo, ma tu non mi dici
niente. Perché? Lo so che qualche volta sono scortese e mi comporto un
po' male. La tua bellezza è un piacere per me che ti amo con tutto il
cuore e l'anima. Sai che sempre ti sarò accanto fino all'ultimo attimo
della vita. Tu mi vuoi bene anche quando non lo fai vedere. Scadenza
delle mie attenzioni. Tripudio della mia felicità folle. Olfatto
generoso di olezzi sapienti. Fuga dalla monotonia quotidiana. E tu,
dolce pulcino, sei l'anima del mio vivere, soave fragola saporosa. Scala
della mia gioia".
Ecco, Adolfo pensava di inserire questi profondi e sublimi pensieri nel
suo romanzo. Così avrebbe celebrato nel migliore dei modi il suo affetto
per Pinuccia e il suo amore per Marietta, che adesso lo stava osservando
con sguardo estasiato.
Ma non sempre "Adolfuccio mio" era tanto buono e gentile. A volte si
arrabbiava per un nonnulla, specialmente quando veniva chiamato mentre
era assorto in chissà quali fantasticherie. In quei momenti diventava
scuro in volto, con gli occhi più sporgenti del solito e fissi su un
oggetto, e roteava la mano destra in aria come se scrivesse. Allora
anche Giuseppina esitava ad avvicinarsi al dolce "papino". Povera
Marietta! Non sapeva nulla del romanzo, non poteva immaginare che suo
marito aveva intenzione di diventare l'uomo più famoso del ventesimo
secolo.
Adolfo, intanto, riportato alla realtà dalla sua bimbetta, che gli
faceva solletico sotto le ascelle, sorrideva, felice di vivere.
Che pace! Che bello assaporare le gioie della famiglia! Erano momenti di
felicità piena. E allora lui parlava per due tre ore senza mai
stancarsi. La moglie capiva quei discorsi che spaziavano in tutti i
campi del sapere e svisceravano le problematiche dell'esistenza, ma gli
estranei facevano molta difficoltà ad afferrare quel torrente impetuoso
di parole, screziate di cadenze dialettali, arricchito di termini
inventati sul momento per dare forza esplicativa al ragionamento.
Così passava la vita, Adolfo. La mattina, a scuola, scriveva; il
pomeriggio, a casa, parlava, andava a spasso da solo o in compagnia dei
suoi cari per la cittadina, vedeva la tv quando pioveva o faceva troppo
freddo. Era contento anche perché a scuola era stato accettato ed aveva
trovato il luogo adatto per continuare a scrivere il suo romanzo
esistenziale.
Gli insegnanti, però, parlavano poco con lui, e non capiva il perché;
soltanto la professoressa Morino, di origine meridionale, qualche volta
si fermava a scambiare con lui qualche parola. Gli sembrava che avesse
difficoltà a seguirlo, le doveva ripetere i concetti quasi sillabando. A
lei aveva rivelato il suo progetto; le aveva letto alcuni brani
significativi del libro e aveva notato in lei una certa invidia, sì,
invidia per il fatto che un sempliciotto di bidello, in possesso solo di
un modesto diploma di perito aziendale, potesse esprimere con tanta
magnificenza la realtà quotidiana e scavare con tanta profonda
perspicacia nell'animo dell'uomo. Veramente la professoressa stava per
scoppiare a ridere, come poi aveva raccontato al capannello di
insegnanti durante la ricreazione. -Quello-diceva -è un esaltato; scrive
delle cose strampalate, senza capo né coda.-
I professori da allora cominciarono a sorridergli (lui ricambiava,
spingendo in basso a sinistra il labbro), e varie volte gli si
avvicinarono proprio quando era immerso nella stesura delle sue idee
formidabili. Avevano voglia di ridere un po'. Riuscirono a farsi leggere
dei pezzi della sua storia infinita. Nei corridoi, davanti alle porte
delle aule, salendo le scale, nella sala insegnanti, si scambiavano
festosi e ridenti le "descrizioni patetiche" del povero Bellini.
Il professor Maurone, grande narratore di barzellette, colse al volo
l'opportunità di incrementare il suo repertorio; preparò diverse battute
esilaranti incentrate sulle magagne ortografiche e lessicali del novello
Manzoni. Con il suo vocione imitava Adolfo, quando, paonazzo per lo
sforzo di emettere le sue irruenti frasi, con movimenti convulsi muoveva
le mani come a spiegare concetti metafisici. Così ridevano tutti, a
volte senza ritegno.
Gli alunni più grandi si accorsero della cosa; cominciarono anch'essi a
tartassare il bidello, che non se la prendeva, anzi era persuaso di aver
acquistato notorietà.
Moncini, alunno ripetente della famigerata classe 3D, iniziò a chiamarlo
"maestro"; Marrone, più preparato, si rivolgeva a lui con un "Ciao,
Manzoni!"; Salvetti, basso di corpo e di cultura, più spesso fuori che
dentro l'aula, gli chiese addirittura il piacere di svolgergli un tema
dal titolo astruso "Ho visto un uomo morire", che la professoressa
Bianco aveva assegnato, forse fidandosi troppo delle capacità dei suoi
allievi, con troppa leggerezza. Ebbene, Adolfo, allettato dalla
possibilità di mostrare veramente tutto il suo valore, riempì otto
facciate di protocollo. Impiegò più tempo Salvetti a ricopiarle che lui
a scriverle.
L'insegnante rimase allibita. Capì subito che doveva esserci di mezzo il
bidello. Rimproverò aspramente il maleducato Salvetti, e poi, offesa per
come erano stati interpretati i suoi intendimenti didattici, si sfogò
con la preside, chiedendo la sospensione per l'alunno e una doverosa
rampogna per Bellini. Ma Salvetti non fu sospeso, perché -Cara
professoressa, non si può trattare in questo modo un alunno da
recuperare; e poi non assegni quei temi!-Successe il finimondo. Urla,
minacce, ordini imperiosi. La Bianco perse la calma e si mise a
strillare con voce acuta e rotta :
-Lei è la rovina della scuola! Protegge questi screanzati, che si
sentono in dovere di fare il loro sporco comodo!-
-Professoressa Bianco, misuri le parole, se no le invio un'ispezione!-
-Ecco, lei è capace solo di minacciare quelli che lavorano, approfitta
della sua posizione. Non ci si comporta così, specialmente con
un'insegnante che ha alle spalle vent'anni d'insegnamento!-
E, sbattuta la porta, se ne andò vociando in aula.
E Bellini? Ah! povero Adolfo, quante ne sentì. Lui, ingenuo e nello
stesso tempo temerario, non diede molto peso ai proponimenti del capo
d'istituto.
-Tanto-pensava - cosa mi può fare? Al sindacato mi hanno detto che non
mi può fare niente. Se vuol gridare, che gridi!-
Questa volta però si sbagliava. Una grossa tempesta stava addensandosi
sul suo capo. Ma lui non percepì l'atmosfera della situazione. Era
ancora pieno di vitalità creativa; l'ottimismo gli sprizzava da tutti i
pori: tutto andava bene, anzi benissimo.
Preso dall'euforia, finalmente rivelò alla moglie il suo magnifico
progetto: stava scrivendo un libro immortale! La donna lo guardò per un
attimo perplessa, ma poi fidandosi delle capacità di Adolfo sorrise
felice, lo abbracciò e gli domandò:
-Ci sarà anche da guadagnare? Un po' di soldi in più ci farebbero
comodo.-
Lui con atteggiamento magnanimo e lungimirante rispose che, sì, il
denaro sarebbe arrivato; ma ad un artista non è la vile pecunia che
interessa, quanto la gloria, la fama imperitura. Lei sarebbe passata
alle cronache letterarie del futuro come la Musa ispiratrice, insieme
con la ninfa Giuseppina, dell'autore più eclettico che avesse calcato le
scene dell'arte novecentesca.
Venerdì, 23 aprile 1993, accadde un fatto straordinario, che Adolfo
accolse con somma gioia, non sapendo che avrebbe provocato un
cambiamento improvviso e tormentoso alla sua vita. Certamente, se avesse
potuto immaginarne le conseguenze, quel giorno avrebbe tenuto a freno la
sua mente vulcanica e incontrollabile.
Si era recato di corsa a scuola in anticipo, perché smaniava di scrivere
l'arcobaleno di immagini che aveva attraversato la sua fantasia. E
cammin facendo, pensò, ahi, pensò di inserire poesie nel suo romanzo.
Sfogliando una vecchia storia della letteratura, aveva scoperto che
tutti i grandi scrittori italiani erano stati magnifici prosatori e
ineffabili poeti. Gli vennero in mente Dante, Petrarca, Boccaccio,
Leopardi, Manzoni. La "Vita nova" di Dante gli offrì lo spunto di
mettere in atto il suo originale proposito, ma lui voleva essere più
concreto, più aderente alla realtà quotidiana. Manzoni, nonostante fosse
stato il più grande romanziere dell'Ottocento italiano, si era troppo
dilungato in particolari storici che toglievano forza e scorrevolezza al
racconto. Leopardi, poeta veramente unico, era per lui troppo pessimista
e filosofo piagnucolone. Insomma, Adolfo riteneva di dover cimentarsi
nel nuovo progetto per operare una rappresentazione della realtà che
fosse una sintesi dei valori letterari del passato inseriti in un
contesto tormentato com'è la vita d'oggi.
Detto fatto. Appena arrivato a scuola, penna in mano, si mise a sedere
sulla sua sedia scalcagnata e iniziò a buttare giù dei versi:
"Fragile farfalletta che in ciel voli,
dimmi, quando ti poserai mai?"
Ma i versi non gli fluivano come avrebbe desiderato; si accorse, suo
malgrado, che faceva fatica a poetare. Non era facile come lo scrivere
dei casi dell'esistenza. Quasi quasi se la prendeva con se stesso. Provò
con un altro tema:
"La vita è come un fantasma:
or ti spaventa, or rider ti fa."
Non riusciva ad andare avanti. Però non voleva mollare. Tentò ancora con
un'immagine floreale ed esistenziale:
"Un albero maestoso, dalla chioma possente,
olmo antico che i rami lunghi distende,
in questo cortile pieno di piccola gente
che strilla e corre con in mano le merende,
osserva tutto e non si lamenta mai, mai."
Gli sembrò che andasse meglio. E così, anche se a fatica, continuò per
tre ore filate.
Alla fine della terza ora, suonata la ricreazione, con il quadernone in
mano, si avvicinò alla professoressa Morino e farfugliò:
-Signorina, che cosa pensa di questi frammenti poetici?>>
L'insegnante, data una rapida scorsa a quell'ammasso di insulsaggini,
per non ferirlo, rispose che non erano male, ma che abbisognavano di una
certa limatura, di più vena e di più afflato (parola che Adolfo dovette
andare poi a consultare sul vocabolario).
-D'altra parte, caro Bellini, mica si nasce poeti; lo si diventa con
l'impegno e con lo studio; bisogna saper cogliere i momenti creativi;
non si scrivono versi tutti i giorni!-
La risposta piacque al bidello, che si ripropose di aspettare
l'ispirazione.
Quel giorno non scrisse nemmeno una riga del romanzo. La sua idea fissa
era la poesia. Per procurarsi un'atmosfera più rispondente al dettame
lirico, decise di immergersi nel mondo della natura.
Senza dire una parola, appena finito di pranzare, uscì di casa e si
diresse verso la laguna.
Gli piaceva passeggiare sull'argine, essere accarezzato dalle folate di
vento, osservare i gabbiani immobili sull'acqua, sentire le chiacchiere
delle canne, afferrare fili duri d'erba, sedersi tra i fitti cespugli
della scarpata. Cercava disperatamente l'estro che sempre l'aveva
accompagnato nel suo racconto ciclopico, ma era bloccato da qualcosa che
gli sfuggiva. Era come una malinconia sottile che lo permeava tutto, una
triste inquietudine ristagnava all'altezza del cuore, si sentiva come
svuotato di forze.
Il suo sguardo cadde su una fila di laboriose formiche, simbolo di
incalzante operosità. Finalmente un barlume d'ispirazione! Trasse di
tasca, frenetico, il quadernetto che si era portato, ed una matita.
Cominciò a scrivere o meglio a soffrire. Quelle immagini felici che gli
sgorgavano impetuose dal profondo dell'anima diventavano inerti parole
prive di sentimento sulla carta. I versi si inceppavano.
Un improvviso rabbioso movimento involontario spezzò la matita in due, e
il quadernetto, con la pagina già bucherellata, finì in acqua a
spaventare una solitaria alzavola.
Si alzò costernato, abbattuto, finalmente conscio della propria
limitatezza. Adirato contro se stesso, cominciò a camminare sull'argine
a passi lunghi, a falce, compiendo con le gambe degli archi irregolari,
calpestando i fiori e le infaticabili formiche. Scuro in volto, i pugni
stretti, gli occhi fissi, percorse due volte tutto l'argine dal cimitero
fino alla darsena. Quando tornò a casa, a vederlo, Marietta si spaventò,
ma non ebbe il coraggio di chiedere cosa gli fosse successo. Più tardi
lo sentì borbottare:
-Asino deficiente, buono a nulla!-
-Chissà con chi ce l'ha-pensò, un po' rassicurata.
Quella sera Adolfo andò a letto senza dare il bacetto alla sua Pinuccia,
gravato da un peso che lo tirava in basso, con il cuore che martellava
palpiti dolorosi sui timpani delle orecchie.
-Adolfo, che cos'hai?-chiese Marietta, con apprensione.
-Nulla. Lasciami in pace!-replicò irritato.
Si addormentò a fatica.
Sognò campi elisi in cui poeti divini sorridenti gli davano la mano, che
diventava all'improvviso un artiglio avido di sangue; si vide circondato
da insegnanti e alunni che lo sbeffeggiavano mentre tentava di recitare,
senza riuscirci, una sua lirica dolcissima; la professoressa Bianco e la
preside sghignazzavano feroci e lo minacciavano di sospensioni e di
licenziamento; un ammasso di grasso vischioso lo catapultava nel pozzo
della vecchia casa paterna diroccata, profondissimo, senza fine, alla
cui estremità una massa oleosa pulsante lo attendeva pronta a
risucchiarlo nel baratro; invece egli finiva nell'acqua gelida e
maleodorante, a testa in giù; sopraffatto dall'angoscia annaspava nel
buio liquame.
Si svegliò madido di sudore, con il respiro rotto e la bocca amara. Una
spossatezza totale lo trattenne a letto al primo tentativo di alzarsi.
Erano le sei e trenta.
-Stamattina, non vado a scuola-pensò -Sento che mi può succedere
qualcosa di brutto.-
Per non svegliare la moglie, piano piano, al lieve bagliore di luce che
filtrava attraverso le persiane, si recò in cucina. Gli tremavano le
mani, mentre preparava il caffè, e per poco non faceva cadere sul
pavimento la caffettiera. Il pensiero dell'incapacità di scrivere poesie
gli rese il caffè più amaro di quanto non lo fosse. Un brivido gli
attraversò la schiena, e uno spasimo improvviso gli fece muovere con
violenza il labbro inferiore, mentre le narici si dilatavano al massimo
come in cerca d'aria.
Si sedette su una sedia con la testa fra le mani, i gomiti appoggiati
sul tavolo, quasi fuori di sé. Un rumore di porta che si apriva lo
riscosse. Erano la moglie e la figlioletta.
Marietta vide subito lo stato pietoso in cui versava Adolfo e gli si
rivolse con dolcezza:
-Ado', devo chiamare il dottore? Ti senti male? Che cos'hai?-
Pinuccia intanto guardava il padre con gli occhi lucidi, e già le labbra
accennavano al pianto. -Vai di là a giocare con la bambola-le disse
la madre.
Appena uscì dalla cucina, Adolfo scoppiò in un pianto dirotto e
disperato.
-Piangi, piangi, che così ti sfoghi-gli sussurrava tenera Marietta.
-Non andare a lavorare, se non te la senti; rimani a casa con noi.
Parla, dimmi tutto.-
E lui finalmente si sfogò, spiegando alla moglie che non riusciva a
scrivere poesie.
-E per questo devi soffrire tanto? Lascia stare le poesie e continua a
scrivere il romanzo, perché tu sei un grande scrittore.-
Rincuorato da queste parole, Adolfo cambiò aspetto, e, spazzando via le
tristi fantasticherie e gli incubi della notte, baciò riconoscente la
moglie. Dimentico all'improvviso delle sue angosce, decise di recarsi a
scuola.
Infilato il prezioso capolavoro in una borsa sgualcita, presa la
bicicletta, cominciò a pedalare con lena, quella dei tempi migliori; non
faceva caso al vento che si era levato e che a tratti esplodeva in
rabbiose raffiche, tanto che per poco non lo mandava a sbattere contro
un pino. -Anche il vento ora ci si mette; ma che! tutto il mondo ce
l'ha con me?-rifletté con inquietudine irata.
-La sfortuna mi ha preso di mira, mi tiene sott 'occhio, mi cura-considerò con amarezza.
Aveva ragione. Il caso voleva proprio divertirsi con lui quel giorno,
assestargli il colpo finale.
Nel lungo e largo corridoio il chiasso dei ragazzi e gli urli degli
insegnanti non lo distolsero un attimo dal rimuginare idee nuove,
strampalate; ma si soffermava con insistenza sui lugubri sogni della
notte e formulava tristi constatazioni sulla sua essenza di povero
cristo alla mercé del destino.
Rimase immobile e con un'aria allucinata quando si accorse che la penna
non scriveva. La penna, capite? Quella rapida e tenace penna che di
solito lanciava irrefrenabile sulla pagina pensieri, voci dell'anima,
cronache del quotidiano.
-Adesso intoppo pure con la prosa? Ma che cosa m'è successo! Qualcuno,
che ce l'ha con me, mi ha fatto il malocchio!>>
Immerso in questi pensieri, non badò a Mirco Bullini, alunno un po'
particolare, con problemi caratteriali che, quando poteva, cercava di
squagliarsela. A scuola non voleva starci, era un tormento per lui
rimanere seduto per cinque ore a sentire cose di nessun interesse. Si
era stancato di ascoltare il professore di matematica, Anselmo Pogolin,
che parlava in modo lento e strascicato, facendo esempi lontani dalla
realtà delle cose; aveva chiesto quindi di andare al bagno. Una volta in
corridoio fu uno scherzetto per lui eludere la vigilanza di Bellini,
tutto preso dalle sue elucubrazioni; uscì in cortile e poi si diresse
verso viale Nazionale.
Dopo una mezz'ora, il professore si chiese come mai Bullini tardasse
tanto e si sporse fuori della porta a dare un'occhiata: nessuno; anzi,
vide solo il bidello seduto che storceva la penna con le due mani,
proteso in avanti sulla scrivania.
Dopo vari tentativi di attirare la sua attenzione, lo chiamò a voce
alta:
-Bellini, ha visto per caso l'alunno Bullini?-
I ragazzi scoppiarono a ridere a sentire quel gioco di parole; erano
contenti perché presagivano che il loro compagno ne avesse combinata una
delle sue.
-Per favore, dia un'occhiata nei bagni e nelle aule speciali-continuò
l'insegnante, mentre con sguardo severo e urlando intimava il silenzio
alla classe ormai scatenata.
-Prof, forse è al primo piano, posso andare a vedere?-si fece avanti
Claudio Mussa, ragazzo sveglio e sfrontato, che coglieva tutte le
occasioni per alleggerire il peso delle lezioni monotone, facendosi un
giretto per i corridoi.
-Va', va', ma fa' presto.>>
E così nel giro di cinque minuti tutta la scuola venne a sapere che a
Bullini era riuscita l'evasione.
Tutte le classi del secondo piano erano in fermento: aspettavano da un
momento all'altro l'arrivo della preside urlante. Di lì a poco infatti
si sentirono delle grida, e apparve furibonda la dottoressa
professoressa Linda Panetto Russo, vestita in tailleur bleu, con le vene
del collo turgide per l'ira; si diresse come una scalmanata verso il
professor Pogolin, apostrofandolo con aria minacciosa:
-Ma professore, tutte a lei succedono queste cose? I ragazzi si prendono
gioco di lei. Non faccia l'incapace; non dorma, stia più attento. Lo sa
che è responsabile dell'accaduto? E adesso chi lo trova quello!-
Poi, senza aspettare nemmeno una più piccola spiegazione
dell'insegnante, si scatenò sbraitando contro Adolfo, che sentendosi in
colpa si aspettava la lavata di testa stando quasi sull'attenti con il
volto atteggiato a reo confesso, con gli occhi bassi e le orecchie
tremule.
-Lei, Bellini, cosa faceva mentre quello le passava sotto il naso?
Scriveva, eh, scriveva le stupide storie che fanno ridere tutti e non
valgono niente. Lei, invece di lavorare, fa il comodo suo e mangia il
pane a ufo, togliendolo a quelli che se lo meritano. Ma non finisce qui,
non finisce qui. Io la licenzio!-
Gli alunni ridevano divertiti alla scenata isterica e le rifacevano il
verso dietro, scambiandosi battute condite di "pane a ufo" e "la
licenzio".
Due bidelli e tre professori ebbero l'incarico di perlustrare le strade
intorno all'edificio scolastico.
Intanto Mirco correva sull'argine dietro le farfalle, baciato dal vento
e accompagnato dal volo dei gabbiani. Si fermò davanti alla fattoria ad
ammirare i cavalli, beato, lontano mille anni luce dal minimo comune
multiplo. E là fu raggiunto.
Fu sospeso per due giorni, e lui ci rimase male, perché si aspettava una
sospensione più sostanziosa.
Adolfo tornò a casa preoccupato per la sua mancanza e prostrato dalla
considerazione avvilente che non riusciva a dar vita alle sue creazioni
interiori. Per di più era convinto che la preside tentava con tutti i
mezzi di rovinarlo.
-Quella-diceva alla moglie mentre ingoiava senza gusto la minestra -ha osato chiamarmi mangiatore a ufo! Mi ha offeso, gridandomi che
scrivo storie stupide! Proprio così ha detto. Gliela faccio vedere io,
se non la smette di tormentare un serio lavoratore come me. A tutti può
succedere di sbagliare una volta!>>
Marietta era sgomenta, non sapeva come consolarlo, e si limitava a
rispondergli:
-Hai ragione, ma non prendertela troppo; can che abbaia non morde.-
Non sfiorava minimamente l'argomento romanzo, per non accrescere in lui
lo scoramento. Soffriva molto anche Pinuccia nel vedere il padre nero in
volto e la madre nervosa e preoccupata.
Adolfo cominciò a pensare che le sue disgrazie dipendessero da una sola
persona: la preside. Essa l'aveva sempre perseguitato fin dal primo
giorno, quando si presentò in presidenza per prendere servizio. Già
allora gli aveva fatto una specie di interrogatorio, e ciò che l'aveva
irritato era stato il modo sprezzante come l'aveva guardato e trattato.
E gli venivano in mente gli immancabili richiami fatti sempre davanti a
tutti: colleghi, insegnanti, alunni. Sì, era lei la causa dei suoi mali!
Era lei che voleva la sua rovina! Era lei che gli aveva fatto il
malocchio!
Il giorno seguente, a scuola fu più attento, anche perché la mano si
fermava inesorabile sulla pagina. Non si sedette che per breve tempo;
passò la mattinata a controllare i ragazzi, che per nulla intimoriti gli
facevano boccacce e pernacchie, e rimase in piedi davanti al finestrone
ad osservare - sembrava - le foglie degli olmi, ma in effetti rimuginava
sulle ingiustizie da lui patite ad opera di quella vipera puttana.
La moglie per distrarlo un po', il pomeriggio, lo convinse a fare una
passeggiata insieme con lei e Pinuccia lungo la laguna, perché sapeva
che Adolfo la preferiva su tutte. Saranno stati l'affetto delle sue
amate donne o le parole di conforto di Marietta o il sorriso della
figlioletta o l'aria della primavera imminente o il volo radente dei
gabbiani, fatto sta che Adolfo si tranquillizzò e rassicurò con quella
rapidità che gli era consueta.
Lui passava facilmente da uno stato di euforia a uno di profonda
depressione con sbalzi di umore che infiacchivano la sua già labile
psiche, proprio come suo zio Alberto che, a quarantacinque anni,
sconvolto dagli incomprensibili casi della vita, si era buttato sotto un
treno a Vibo Valentia.
I giorni seguenti, recuperate come per incanto le energie creative, si
rimise a scrivere con passione le pene dei poveri mortali, facendo
tesoro della sua esperienza personale.
Un giorno, dal cielo limpido e dallo zefiro soave, era intento con tanta
tensione e concentrazione alla sua opera che non si avvide né sentì le
due donne che gli si avvicinavano. Erano il capo d'istituto e una
signora magra, bassa, dai capelli biondi raccolti in un toupé, dalle
labbra sottili e dagli occhi grigi penetranti.
-Bellini!-chiamò la preside.
Il bidello, di soprassalto, alzò la testa e scattò in piedi.
-Colto in flagrante!-continuò gelida.
-Vede, signora, che avevo ragione? E questo lo fa tutti i giorni,
invece di compiere il suo dovere-rincarò la dose imperterrita.
La bionda si presentò: -Sono Laura Pallino, ispettrice del ministero
della pubblica istruzione. Lei ha ricevuto molte note di demerito per
gravi inadempienze. Favorisca venire in presidenza per un colloquio
chiarificatore.-
Adolfo rimase di sasso. Il mondo gli crollò addosso. Rivolse uno sguardo
carico d'odio e di penosa misericordia alla "nemica". Un sorriso
impercettibile vibrava negli occhi freddi e soddisfatti della preside.
Aveva vinto, era riuscita ad incastrarlo.
Dopo l'incontro disastroso, da cui risultò - per sua stessa ammissione -
che passava gran parte delle ore di servizio a scrivere un grande
capolavoro (le donne ghignavano con sadica voluttà), Adolfo, disfatto,
non tornò subito a casa, ma si avviò verso la laguna, come in cerca di
difesa e pace.
Funesti pensieri lo tormentavano. Davanti alla placida distesa delle
acque pensò:
-Se entrassi in laguna e mi mettessi a camminare, cosa succederebbe?
Andrei piano piano avanti, e l'acqua salirebbe fino alle ginocchia, poi
fino alla vita, poi fino alla bocca, poi, poi...-
I cespugli di pruni avvinghiati, armati di acute spine che gli punsero
una mano, gli fecero cambiare l'umore, caricandolo di collera furiosa.
-E se invece lanciassi quella lurida puttana in mezzo a queste spine e
la lasciassi qui, cibo per gli insetti? O sarebbe meglio ammazzarla a
coltellate, o a calci e pugni? E se la strozzassi, che faccia farebbe?
Mi chiederebbe pietà? No, mai: nessuna pietà per una che non la
merita!>>
Di pensiero in pensiero dopo tre ore tornò a casa inebetito, sicuro di
essere perseguitato non dalla sfortuna, ma da quello stecco di donna
senza cuore, che voleva a qualsiasi prezzo la sua rovina.
-Ma questo non avverrà-gridò a Marietta pallida in volto per la
gravità dell'accaduto -O io farò una strage, o io m'uccido!-
La moglie tentò di risollevarlo:
-Ma che dici! Non pensare a cose impossibili! Piuttosto rivolgiamoci al
sindacato.-
Lei stessa il giorno dopo telefonò. Cercò di spiegare con esattezza come
erano andate le cose, e il sindacalista, dall'accento meridionale e
dalla cadenza lenta, rispose con calma:
-Il fatto è grave, ma non disperato. Prima di licenziare un lavoratore,
dipendente dello Stato, ce ne vuole! State tranquilli, male che vada, ci
saranno dei giorni di sospensione dal servizio.>>
E così fu. Con l'intervento del sindacato, Adolfo ebbe solo quindici
giorni di sospensione. Ma per lui fu un affronto insostenibile,
gratuito, vigliacco che scatenò la sua mania di persecuzione.
Parlava pochissimo, diventava sempre più trasandato con il passar dei
giorni; usciva di casa con i pantaloni stropicciati, a volte con la zip
aperta, con i capelli arruffati, la barba lunga e sporca, e non si
sapeva quando tornava dai suoi vagabondaggi; spesso, mentre camminava,
si metteva a gesticolare e ad urlare insulti contro la causa dei suoi
guai.
Marietta si era rivolta al medico curante, chiedendogli un parere e il
da farsi. Il dottor Filippi già da tempo aveva compreso quale fosse il
male che affliggeva Adolfo, per cui prescrisse un calmante per lui. Poi,
misurando le parole, le confidò:
-Signora, ci vuole una cura adatta; si rivolga al dottor Pasquini, che è
un ottimo psicanalista. Ecco qui il suo numero di telefono. Lo può
contattare facendo il mio nome. Non perda tempo, però; questo è il mio
consiglio spassionato.-
Solo tre mesi prima Marietta era felice. Ora una triste sciagura si
stava abbattendo sulla sua famiglia. Vedere il marito che percorreva la
strada nefasta dello zio Alberto, la riempiva di angoscia. Pianse
lacrime amare, a casa, di nascosto, chiusa in bagno.
Non fu necessario che si mettesse in contatto con lo psicanalista.
L'ultimo mercoledì di maggio Adolfo camminava, come ormai era solito,
solo, con lo sguardo allucinato, gesticolando animatamente contro i
nemici immaginari che si accanivano contro di lui.
All'improvviso stramazzò a terra sul marciapiede di via Roma, di fronte
al Parco dei Bambini. I due anziani turisti che si erano avvicinati per
soccorrerlo videro che spingeva il labbro pendulo alla sinistra della
bocca a scatti, mentre le narici palpitavano frenetiche; muoveva la
gamba destra a compasso disegnando degli archi tra il marciapiede e la
strada.
Ben presto si aggiunsero altri a curiosare. Una donna, alta e grassa,
premurosa, portò una bottiglia d'acqua. Finalmente Adolfo, ravvivato da
qualche spruzzo d'acqua fresca, riuscì a biascicare qualche parola:
-Le due galline mi hanno beccato. E' stato il malocchio della vacca
secca. "La vita è un problema" non va più avanti e Giacomo Leopardi mi
ha consigliato di lasciar perdere...-
-Chi? Che cosa?-chiese uno dei due, sbalordito, non credendo alle
proprie orecchie -Giacomo, chi?-
-Giacomo Leopardi, il poeta di Recanati; mi ha consigliato di non
scrivere poesie, perché non sono pane per i miei denti.-
A simili parole il viso dell'uomo fu attraversato da un lieve tremore,
come se stesse per sbruffare in una risata, e rivolgendosi agli altri
che si accalcavano intorno a Bellini fece capire con un dito puntato
sulla fronte che il caduto era matto.
Dopo circa un'ora arrivò la moglie, giusto in tempo per vederlo sulla
barella, mentre lo caricavano nell'autoambulanza.
Rimase per quindici giorni nel reparto neuro chirurgico dell'ospedale
regionale. Per una settimana di seguito aveva farneticato di galline
spelacchiate, vacche secche, malocchio, romanzo, poesia, e aveva
ripetuto con monotonia che Leopardi (proprio lui!) lo aveva scaricato.
-Non tutti, caro Adolfo-aveva il poeta affermato in sogno - sono in
grado di scrivere poesie, tanto meno un bidello come te. Da vero poeta
mi sento offeso nel leggere i tuoi orribili componimenti; tale
paccottiglia è da incenerire subito.-
L'ottavo giorno si era ristabilito come per miracolo, dopo che
Giuseppina gli aveva accarezzato lieve lieve il viso, rivolgendogli
dolci parole venate di pianto.
Nel tempo che rimase in ospedale i medici lo avevano preso in simpatia
per le numerose stupidaggini che raccontava; erano molto divertiti
specialmente quando egli con posa calma e meditativa parlava o meglio
sparlava di quasi tutti gli insegnanti della scuola media di Variano.
Gli infermieri ridacchiavano al solo vederlo. Per farlo parlare bastava
che dicessero: -La preside, però...>>. Allora lui si scatenava in una
sequela di contumelie e di imitazioni. Venivano ad ascoltarlo anche i
pazienti delle altre stanze e più di una volta suor Maddalena era dovuta
intervenire con modi decisi, ma cortesi ed affettuosi, per riportare
l'ordine nella corsia dei "matti".
Era infuriato contro Leopardi. Le sue filippiche terminavano tutte con
un: -Da un gobbo non mi potevo aspettare altro!-
Finalmente a casa! Riposo per due mesi. Motivazione: esaurimento
nervoso, si diceva. Ma nel certificato medico, impietoso, si poteva
leggere la vera causa del lungo periodo di convalescenza: turbe
psichiche dovute a psicosi maniaco depressiva.
Marietta la mattina si faceva bella per lui. Pettinava con cura i suoi
capelli corvini, metteva un po' di profumo dietro le orecchie, spalmava
la crema antirughe sul viso e sul collo. Sembrava ringiovanisse.
Accudiva con amore alla figlia e poi usciva per fare la spesa. Gli
preparava dei pranzetti squisiti e sostanziosi. Il suo Adolfo aveva
bisogno di due ottimi ricostituenti: amore e cibo. Per lei la colpa di
tutto ciò che era capitato al marito era dovuta a quella megera di
preside, dall'aria consunta di vecchia zitella, che ce l'aveva con i
meridionali, anzi con i Calabresi. Una delle pochissime volte che si era
trovata a scuola aveva sentito quella, infastidita, esclamare:
-Qui, nella Padania, non c'è la 'ndrangheta!-
Capito? Era lei che aveva voluto la visita ispettiva contro il marito.
Da allora il suo Adolfo era cambiato: sempre preoccupato, stanco,
silenzioso, triste, depresso. E poi aveva saputo da una collega del
marito che lui a scuola non scriveva più tanto, cosa che probabilmente
gli aveva fatto male. Glielo avevano rovinato quell'insaziabile
persecutrice e il troppo lavoro.
Adolfo aveva proprio bisogno di riposo. Arrivava l'estate , e la
cittadina diventava sempre più caotica; la vita si faceva frenetica,
poco adatta per uno che era sempre sul punto di perdere del tutto la
ragione. Per questo Marietta convinse il marito a tornare al loro paese
natio, Sant'Onofrio.
L'aria della collina e il contatto con i parenti ed amici sembrarono in
un primo tempo che portassero ad Adolfo serenità ed oblio delle paure e
dei soprusi patiti. Ma non era così. Ormai si trovava sull'orlo della
voragine: la sua mente si era immessa su un sentiero tortuoso che
percorreva le imperscrutabili lande della pazzia.
Frequentava i vecchi amici, tra cui Michele Spadicci, il collocatore,
perfetto dicitore di liriche, esperto autodidatta di letteratura. Con
lui al Bar dello Sport discuteva di opere letterarie, e spesso il
discorso cadeva su romanzi e poesie. Si tessevano elogi l'un l'altro,
infervorati, poco badando al riso che suscitavano sulle bocche degli
altri avventori.
Un caldo e afoso pomeriggio, all'ombra di una quercia centenaria, seduti
intorno ad un tavolino, davanti al bar, mentre sorseggiavano un fresco
vinello, lessero brani delle loro opere. Soddisfatti degli applausi
carichi di sarcasmo, si chiesero se avessero potuto pubblicare le loro
opere. Adolfo, risentito per un: -Cala, cala, mastrone!>>, aggrottando
la fronte, si rivolse ad un giovane universitario, Peppino, che insieme
ad altri sfaccendati, a sentirli, se la spassava divertito:
-Senti, non ridere tanto; che sfotti? Noi diventeremo famosi, e allora
ti inchinerai alla nostra grandezza.-
Michele avrebbe voluto dire qualcosa, per togliere un po' di
esagerazione da quell'affermazione, ma la replica del giovane fu più
rapida:
-Sì, sarete famosi come Tarzan e Cita.-
Una risata irrefrenabile scaturì immediata, lasciando Adolfo sconcertato
e offeso.
-Ma chi sei tu che osi con tanta sicumera prendere in giro me? Chi ti
credi di essere: il figlio dell'oca bianca? Tu non capisci niente di
romanzi!- replicò con ira, e si alzò per sferrare un pugno al giovane.
Le cose stavano mettendosi male; la situazione non peggiorò per il
pronto intervento dello Spadicci, che conosceva le battute innocenti di
Peppino e che fece da paciere.
Adolfo, ferito, stravolto - le labbra tremavano a scatti, gli occhi si
aprivano al massimo, le narici fremevano rapide, le orecchie si
tingevano di vermiglio - si allontanò adirato, scagliando lontano la
sedia, senza nemmeno pagare la consumazione.
Cominciò a camminare per le vie strette del paese, borbottando parole
confuse e gesticolando in modo ridicolo come era solito fare a Variano.
Da quel giorno Adolfo divenne oltremodo permaloso; era convinto che
tutti si facessero beffe di lui, lo prendessero in giro, lo deridessero.
Bastava un sorriso e lui si inalberava, aggrediva come un forsennato il
malcapitato. Urlava minacce, e spesso rideva mentre lanciava le sue
accuse; altre volte piangeva in preda ad ineluttabile sconforto.
Per la famiglia tutto ciò era un disonore. I parenti decisero di farlo
ricoverare in una clinica psichiatrica.
Ne uscì cinquanta giorni dopo, calmo e tranquillo. Riprese anche a
scrivere il suo romanzo. Andava a dare una mano, in campagna, al suo
vecchio zio paterno. Spesso si fermava, come in meditazione, nel podere,
ereditato e venduto, presso il pozzo della casa dov'era nato e da cui si
ammiravano le distese degli ulivi e delle viti digradanti dolcemente
verso il mare.
La pioggia scendeva fitta e leggera; la terra riarsa fremeva ristorata,
gli alberi bevevano avidi l'acqua fresca, finalmente gli uccelli
cantavano.
Alle tre del pomeriggio, Adolfo uscì di casa con un grosso involto sotto
il braccio, senza impermeabile ed ombrello. Alla moglie che gli chiedeva
dove andasse rispose che sarebbe tornato verso le otto per la cena.
Ma non tornò.
Marietta aspettò fino a mezzanotte, in piedi, ad attenderlo. Poi
cominciò a preoccuparsi. Mai, suo marito aveva fatto tanto tardi, era
sempre stato abbastanza preciso negli orari. Ora questo ritardo la
metteva in ansia; non sapeva cosa fare, non voleva gettare falsi
allarmi. Aspettò ancora fino alle sei, poi piena d'angoscia, con un
brutto presentimento, svegliò la suocera, che sentiti i fatti, temendo
fosse successo qualcosa di irreparabile, vestitasi in fretta, si diresse
di corsa alla stazione dei carabinieri a denunciare la scomparsa del
figlio.
I carabinieri iniziarono le ricerche verso mezzogiorno, quando si resero
conto che veramente il Bellini Adolfo era sparito, dopo che le due donne
già più volte erano tornate da loro e avevano messo in subbuglio tutto
il paese.
Lo cercarono dappertutto, anche nei paesi vicini: nessuna traccia.
Allargarono il campo delle indagini fino al capoluogo, senza risultato.
Marietta non sapeva darsi pace: l'avesse trattenuto! Le era sembrato
strano, ma aveva pensato che andasse, come era solito fare, da Michele
il collocatore; forse sotto il braccio aveva i quaderni del suo romanzo;
li portava sempre da don Michele, e insieme leggevano, parlavano. Ma...-
e un dubbio atroce le attraversò la mente - si era accorta che mancava
la fotografia sul comò. Perché l'aveva portata via? Gesù mio, perché?
E Giuseppina, a vedere la madre triste nera e a sentir la nonna
piangere, frignava anch'essa piano piano con un rauco rumore di pioggia.
Le ricerche intanto proseguivano… e il sole tornava a splendere.
Lo trovarono quattro giorni più tardi nel pozzo del podere che fu suo,
presso la cadente casa paterna. Era immerso nell'acqua fredda e
limacciosa, in piedi, abbracciato a se stesso, con la bocca chiusa e gli
occhi sbarrati. Appoggiato al bordo del pozzo aveva lasciato un
cofanetto. Quando lo aprirono videro la fotografia: la moglie e la
figlia sorridevano con un velo di tristezza negli occhi. Dietro la foto
aveva lasciato questo messaggio: perdonatemi. Chi aprì il grosso
manoscritto poté leggere a pagina 5914 la scritta in rosso: scadenza
della vita; si chiude la vita, si apre la morte. (Angelo
Taraschi) |