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L'azienduola

Ormai sono cosciente di lavorare in un’azienda!
Quando, anni fa, decisi di fare l’insegnante e fui assunto nella scuola in quel ruolo, non immaginavo certo di dover operare in un’azienda. Anzi, ero convinto che il mondo della scuola fosse totalmente estraneo ed immune da ogni logica capitalista. Anche per questo scelsi l’insegnamento, che reputavo una professione creativa e pensavo offrisse molto tempo libero, un bene più prezioso del denaro!
A distanza di anni dal mio esordio lavorativo, eccomi catapultato in un ingranaggio di fabbricazione industriale, con la differenza che nella scuola non si producono merci di consumo. Del resto, non mi pare di aver ricevuto una preparazione idonea ad un’attività manifatturiera - ma si sa, viviamo nell’era della “flessibilità”!
Ormai sento sempre più spesso adoperare un lessico tipicamente imprenditoriale: termini e locuzioni come “economizzare”, “profitto”, “utenza”, “competitività”, “produttività”, “tagliare i rami secchi” e via dicendo, sono diventati di uso assai comune, soprattutto tra i cosiddetti “dirigenti scolastici” che non sono più esperti di psico-pedagogia e didattica, ma pretendono di essere considerati “presidi-manager”!
Perlomeno, in tanti si proclamano e si reputano “manager”, ma sono in pochi a saper decidere abilmente come e perché spendere i soldi, laddove ci sono.
Inoltre, anche nella Scuola Pubblica si sono ormai affermati tipi di organigramma e metodi di gestione mutuati dalla struttura manageriale dell’impresa neocapitalista.
All’interno di questo assetto gerarchico sono presenti vari livelli di comando e subordinazione. Si pensi, ad esempio, al “collaboratore-vicario” che, stando all’attuale normativa, viene designato dall’alto, direttamente dal dirigente ( prima, invece, era il Collegio dei docenti che eleggeva democraticamente, cioè dal basso, i suoi referenti, a supportare il preside nell’incarico direttivo ).
Si pensi alle R.S.U., ossia i rappresentanti sindacali che sono eletti dal personale lavorativo, docente e non docente. Si pensi alle “funzioni strumentali”, ossia le ex “funzioni-obiettivo”.
In altri termini, si cerca di emulare, in maniera comunque maldestra, la mentalità economicistica, i sistemi ed i rapporti produttivi, i comportamenti e gli schemi psicologici, la terminologia e l’apparato gerarchico, di chiara provenienza industriale, all’interno di un ambiente come la Scuola Pubblica, cioè nel contesto di un’istituzione statale che dovrebbe perseguire come suo fine supremo “la formazione dell’uomo e del cittadino” così come detta la nostra Costituzione (altro che fabbricazione di merci! ). E’ evidente a tutte le persone dotate di buon senso o di raziocinio, che si tratta di uno scopo diametralmente opposto a quello che è l’interesse primario di un’azienda, cioè il profitto economico privato.
La Mor-Attila e i vari “manager” della scuola, in buona o in mala fede confondono tali obiettivi, alterando e snaturando il senso originario dell’azione educativa, una funzione che è sempre più affine a quella di un’agenzia di collocamento o, peggio ancora, a quella di un’ area di parcheggio per disoccupati permanenti.
Ma perché nessuno mi ha avvertito quando feci il mio ingresso nella scuola?
Probabilmente, qualcuno potrebbe obiettare: “Ora che lo sai, perché non te ne vai?”.
Ma questa sarebbe un’obiezione aziendalista e come tale la rigetto!
(Lucio Garofalo)

Lo schiaffo

Ieri sera prima di addormentarmi, ho ricordato un episodio della mia infanzia, quando, per motivi inspiegabili, la maestra supplente mi diede uno schiaffo.
Ci rimasi molto male, senza piangere.
Passai un pomeriggio chiuso in casa e in me stesso, mentre i miei amici mi invitavano al gioco.
Che cosa avevo fatto?
Che cosa avevo detto?
Frequentavo la terza elementare. La maestra s'era ammalata ed era stata sostituita da una supplente.
Un giorno correggeva i temi.
Ci faceva andare in cattedra, uno alla volta. Leggeva, commentava, apportava correzioni con segnacci nervosi e sguardi irati.
Quando fu il mio momento, mi avvicinai timoroso.
Cominciò a leggere. Arrivò al punto in cui avevo scritto che le foglie degli alberi, d'autunno, sono "gialle".
- Gialle come questa? - fece - mostrandomi la sua sciarpa gialla sgargiante.
- Ignorante! - aggiunse, e mi diede lo schiaffo, irritata.
Mistero che non ho mai potuto svelare.
Passarono gli anni.
Mi mantenevo all'università, svolgendo lavoretti vari e dando ripetizioni private.
Quella maestra mi chiese - ironia della sorte - se volevo dare delle lezioni di latino a sua figlia. Forse lei aveva dimenticato, io no. Le risposi che non potevo, perché ero molto impegnato.
(Angelo Taraschi)

Breve storia dell’egregio Professor Primo Sapiens

Appena nato, il Professor Primo Sapiens subito si mise a recitare innumerevoli hihihi hehehe, volendo dire:”Ho fame”, ma per i suoi cari genitori era il grido di una spiccata predilezione per la cultura.
Nei primi anni di vita, mamma e papà lo accudirono amorevolmente, dedicandosi anima e corpo alla sua educazione, inculcandogli le bellezze dell’arte, della scienza e della letteratura.
A due anni e mezzo iniziò il suo periodo educativo. A colazione gli recitavano i versi più belli dei poeti italiani, a pranzo gli descrivevano scientificamente i cibi, a cena gli facevano vedere i cartoni animati.
Cosicché, quando compì cinque anni, al posto della torta, gli misero davanti, sulla tavola riccamente imbandita, un contenitore con provette, alcune riempite d’aranciata rossa, altre di succo di frutta all’albicocca, e lui dovette berle in onore della scienza e della tecnica. In più dovette recitare “Pianto antico” di Giosuè Carducci, mentre dal giradischi si diffondevano le magiche note del Notturno n. 2 di Chopin. La mamma con le lacrime agli occhi, papà serio e pieno di commozione, gli zii e cugini con sorrisetti ironici, gli amici invitati, che aspettavano impazienti le paste, applaudirono entusiasti.
Da allora in poi, fino ai dieci anni, papà gli insegnò tutto lo scibile umano, attingendo il sapere dalle numerose enciclopedie e dai pesanti volumi che riempivano la sua casa. E, come se non bastasse, perfino di notte, quando la luna brillava, gli sciorinava le bellezze del Creato, mostrandogli le stelle con somma sapienza; e lui imparava tutto a meraviglia.
Non destò stupore, quindi, che dopo qualche anno ne sapesse più del padre.
Ma, oltre agli studi intensi, trovava il tempo per divertirsi: gli piaceva andare in giro in bicicletta, arrampicarsi sugli alberi, suonare i campanelli delle case insieme con i compagni monelli, fare battaglie sulla riva del mare con squadre avversarie, lanciandosi pugni di sabbia bagnata, buttare petardi nei cassonetti delle immondizie e fare pernacchie, nascosti, ai passanti.
Tutto questo non scalfì la corazza della sua buona educazione, che a quindici anni favorì la metamorfosi completa della sua maturazione ed esplosero le sue due passioni dirompenti: studiare matematica e collezionare foglie.
Il suo avvenire fu segnato: terminato il liceo, si laureò in Scienze Naturali, e poi si dedicò all’insegnamento.

Quale non fu la sua gioia, quando entrò, giovane giovane, a ventiquattro anni, in un’aula e vide i ragazzi scattare in piedi. Erano altri tempi, come poi, spesso, amaramente, pensava ed andava ripetendo in ogni occasione a tutti. Perché dovete sapere che nel corso di trent’anni quella gioia ben presto si tramutò pian piano, ma inesorabilmente, in sofferenza atroce nel constatare quanto il mondo della scuola dipendesse dai capricci di alunni piagnucolosi e di genitori arroganti ed ignoranti.
E poi cominciò a considerare, mentre si faceva strada in lui il demone dello stress, che le colpe principali del mal funzionamento della scuola, di quella almeno dove prestava servizio, ricadevano sulla maggior parte dei colleghi e del Capo d’Istituto.
A lui piaceva insegnare e stare con i ragazzi. Però, già dopo qualche anno, al mattino, appena sveglio, si sentiva stanco e gli veniva un po’ di nausea al pensiero di dover andare a scuola per ripetere le stesse cose senza più slancio, sentire i colleghi lamentarsi di continuo, non essere sempre apprezzato come lui si aspettava.
Monotonia.
<<Potessi cambiare lavoro!>> arzigogolava <<ma che lavoro? Almeno avessi uno stipendio decente!>>
E così, avanti. Triste e insoddisfatto.
Una cosa che lo rendeva nervoso e insofferente erano le lagnanze e i piagnistei di genitori e alunni, le accuse larvate o aperte al suo sistema d’insegnamento. Alcuni, evidentemente in malafede, dicevano che il proprio figlio, intelligentissimo, non riusciva a comprendere le sue spiegazioni. E pensare che la matematica era la sua dea. Una volta, esasperato dalla critica di una mamma iperprotettiva, rivolta non soltanto a lui, ma anche alla scuola tutta, esclamò: <<Avete la scuola che meritate, genitori, di che vi lamentate?>>
Riteneva che la colpa di tutto erano gli alunni, quelli maleducati, quelli che gli ridevano spavaldi in faccia, mentre lui si prodigava a spargere il seme del sapere! Si convinse che per quei ragazzi viziati c’era un solo rimedio: punizioni severissime.
<<Se non tornano le regole>> predicava <<andremo tutti in malora.>>
A volte era pensieroso, cupo; a volte ansioso, scorbutico; a volte sorridente, beffardo.
Si mise a prendere in giro le colleghe e i colleghi, lui che era stato tanto rispettoso e disponibile verso tutti.
Gli insegnanti non si resero conto del suo cambiamento, non gli diedero peso, anzi lo sollecitavano a criticare l’operato della preside e di tutti i suoi superiori, su su fino al ministro, sghignazzando volentieri e rimpinguando il campionario dei pettegolezzi. A loro non interessava nulla che il povero professor Primo Sapiens stesse per impazzire, preda di uno stress strisciante, barcollante sul baratro della depressione. Non pensavano che potesse succedere anche a loro.
E dire che in quella scuola si erano verificati in passato fatti che avevano destato scalpore, capitati a professori stimati e preparati.
Molti ricordano ancora quando la professoressa Vibella alla risposta un po’ strafottente del solito bulletto, all’improvviso, scoppiò in un pianto dirotto e disperato davanti a tutta la classe. A nulla valsero le parole di conforto della preside e degli altri docenti. Finì in pensione anzi tempo, come capitò anche al professor Luigi Pilucci, accusato ingiustamente da un’alunna di essere stata da lui circuita. Ma dov’era la preside? Cosa dissero i colleghi? E i genitori? Tutti addosso, specialmente il sindacato che avrebbe dovuto proteggerlo. E quella bambina dallo sguardo angelico si era inventata tutto! Andò peggio alla professoressa Elena Sisto. Fin dai primi giorni di lezione fu oggetto di scherno per la sua evidente timidezza e bontà. Aveva un animo sensibilissimo, non reggeva ai perfidi sorrisi e agli sgarbi. Soffriva oltre ogni limite nel vedere come i ragazzi le facessero dispetti e saltassero sui banchi, e nel sentire come i genitori la denigrassero e volessero che fosse cacciata. La classe fece perfino sciopero, rifiutandosi di partecipare alle sue lezioni. Non le bastarono calmanti e pillole, e la mattina di un triste giorno i genitori la trovarono nel letto morta, stroncata da un infarto.

Nonostante tutto, il professor Sapiens resisteva, ma cominciava ad urlare come un ossesso e a diventare manesco. Se un alunno lo sfidava con lo sguardo, lo trafiggeva con battute offensive o addirittura lo colpiva con una sberla.
Proteste, denunce, sospensioni dall’insegnamento.
Ogni volta che tornava a scuola, la situazione si aggravava.
Un giorno, un ragazzo particolarmente maleducato lo mandò a quel paese con un “vaff…”, e lui reagì di colpo, sferrandogli un manrovescio che lo colpì tra labbra e naso, facendoli sanguinare.
Per lui fu la fine.
Esonerato, fu costretto a chiedere le dimissioni.
E così si avverò quello che aveva sempre temuto: finire in malora.

Per fortuna la sua famiglia gli è stata sempre vicina, assistendolo con amore e riconoscenza. Nei rari momenti di lucidità piange per la vergogna e qualche volta ha anche pensato di farla finita come il maestro Bisceglie che si sparò un colpo di fucile calibro 12 in bocca, ma l’affetto per i suoi cari lo ha sempre frenato: non meritano un altro dolore, sarebbe ingiusto far impazzire anche loro.
(Angelo Taraschi)


Nel cuore della gente
C’era una volta un uomo che cercava di guardare nel cuore della gente.
Ma nel cuore di ognuno riconosceva pezzetti del suo cuore.
Con gli anni imparava a guardare sempre meglio.
E si accorse che tutti i cuori diventavano sempre più simili al suo cuore.
Alla fine tutti i cuori erano diventati tra loro uguali.
Ogni persona che incontrava era un altro sé stesso.
Un altro sé che percorreva la propria vita in un altro spazio e in un altro tempo.
Non esistevano più sconosciuti.
Esisteva solo un’apparente diversità.
Il suo sguardo era cambiato.
E quando qualcuno si accorgeva del suo sguardo allora lui gli sorrideva e si diceva:
“C’era una volta un uomo che cercava di guardare nel cuore della gente”…
Daniele Nurisso

B
iodiversità

Biodiversità…cosa vorrà mai dire questa parola? Quale significato si cela dietro di essa? Sappiamo tutti che la massiccia industrializzazione a livello mondiale sta causando ingenti danni all’ecosistema. L’effetto serra sta aumentando, e molte specie di animali e piante si stanno estinguendo. Questo perché l’azione antropica sta alterando proprio la biodiversità, cioè la meravigliosa vastità delle specie terrestri. Inquinare causa dei danni, e inevitabilmente chi semina vento prima o poi raccoglie tempesta. Questo significa che ciò che state per leggere potrebbe accadere davvero. E potrebbe accadere anche a voi …. Proprio nella vostra città…E FORSE ANCHE NELLA VOSTRA CAMERA DA LETTO.
Non mi credete? Leggete questa storia e capirete.

La pendola del salotto batté in quel preciso istante le dieci della sera. Michela e Patrizia se ne stavano comodamente adagiate sul divano, osservando le fiamme che avvolgevano e consumavano lentamente i tronchi di legno nel camino.
Se qualcuno di voi è passato per caso da Ponte Antico, senza dubbio ne sarà rimasto colpito in senso negativo. Un paese minuscolo, tetro ed angusto: e i giovani certamente non potevano avervi futuro.
Michela, date le scarse possibilità che offriva il suo modesto borgo, aveva più volte manifestato l’intenzione di iscriversi all’Università della città più vicina. Ma Patrizia, la sua amica inseparabile, non l’avrebbe seguita in questa avventura. Per il momento si era trovata un modesto impiego come commessa nel negozio di Mino (l’unico di generi alimentari che c’era a Ponte Antico) ed era contenta così.
Come vi ho già detto, le due ragazze erano amiche intime. Ed anche molto altruiste. Ed è per questo motivo che si erano offerte volontarie per aiutare la signora Nelia, una brava donna paralizzata, in carrozzella da molti anni, e rimasta vedova recentemente. Nelia si era assentata da qualche ora, portata dal nipote a trovare una vecchia amica, portando con sé dei fiori. Fiori freschi e profumati. L’aroma era così forte che era rimasto ancora nella casa. E nelle narici di Michela. Questa si sedette sul divano ed iniziò a sospirare.
“Mi chiedo perché” disse “l’essere umano non riesca a comprendere il prezioso valore della natura che gli sta intorno. Davvero assurdo” Quel profumo le aveva fatto venire in mente il suo Leonardo, l’uomo col quale provava le gioie dell’amore e del sesso. Capitava spesso che lui le regalasse dei fiori e componesse per lei delle poesie. Era molto romantico.
Vi ho parlato poc’anzi della biodiversità. Gli stupidi ed ottusi abitanti del paese, abituati a parlare di partite di calcio ed altre futilità, non comprendono certamente il suo alto significato. Ma essa c’è, esiste. Riguarda anche l’essere umano. Come pure lo stesso Leonardo. Ed era un grande impegno per lui, dal momento che era un biologo. Condivideva con Michela il grande amore per la natura.
“Perché ci mette così tanto a tornare la signora Nelia?” chiese Patrizia;
“Cosa vuoi che ne sappia?” sbuffò Michela “Mi chiedo piuttosto come faccia a trascorrere gli inverni senza un moderno impianto di riscaldamento…mah” disse strofinandosi le braccia.
Michela non era molto alta, aveva bellissimi capelli corvini lunghi e lisci e due adorabili occhi celesti; vestiva sempre con eleganza e non le piacevano affatto gli indumenti sportivi. Al contrario di Patrizia che amava il casual.
“Che seccatura…cosa facciamo adesso?” brontolò Michela.
Si era adagiata sulla poltrona. Il rumore del crepitio della legna la fece scivolare velocemente nel sonno. La destò la voce squillante della sua amica:
“Guarda, Michi…gli scacchi!” esultò;
“Cosa?”
“Ci sono degli scacchi là su quel tavolo”
Erano scacchi, di colore bianco e blu. Ma non erano fatti di legno o plastica, bensì in alabastro. In fin dei conti non erano stati fabbricati per giocare, ma soltanto per fare scena; l’intero insieme era quindi da considerarsi un soprammobile. Senza perdere tempo, Patrizia andò a prendere il tutto e lo portò sopra il tavolino:
“Così il tempo ci passerà, non credi?” disse entusiasta. Michela invece non condivideva per niente il fervore dell’amica.
“Io lo trovo un gioco noioso. In ogni modo, se ci tieni tanto…” mugugnò. A malapena si ricordava quali fossero le regole. Proprio non vedeva l’ora di andarsene a dormire.
Le due amiche continuarono a giocare una partita dopo l’altra finché la pendola non scoccò la mezzanotte in punto. Quel grave suono le paralizzò entrambe. Patrizia rimase con la mano a mezz’aria intenta a sorreggere la torre.
“Oddio, non dirmi che già è mezzanotte…ma com’è possibile?”
“Avevi così tanto timore di non sapere come passare il tempo. Sarai contenta, adesso!” ironizzò Michela. Patrizia continuò a rimanere immobile come una statua di sale, lei invece si alzò in piedi:
“Ma che fine avrà fatto la signora Nelia? Non le sarà mica successo qualcosa?” si chiese preoccupata;
“Prova a chiamarla col cellulare” le suggerì Patrizia;
“Lei è rimasta all’età della pietra” sbuffò Michela “Non ce l’ha. E non ha nemmeno intenzione di comperarselo, a quanto ho capito”. Già, il progresso avanza. Il mondo cambia, ma c’è chi si ostina a non adattarsi alle novità. Ad esempio, c’è chi si serve dei computer portatili della Texas Instruments e chi invece continua a scrivere documenti con la vecchia Olivetti lettera 32.
Proprio in quel momento udirono il rumore di un’auto. Forse era lei. Infatti era così.
Il nipote la fece uscire dall’auto la mise in carrozzella e la condusse in casa. La donna si scusò prontamente con le due amiche. Si immaginava bene che sarebbero state in pensiero per lei.
“Scusatemi, ho avuto da fare. Mi sono fermata a casa di una mia vecchia amica, purtroppo quando sei a chiacchierare il tempo passa così velocemente che non te ne accorgi” sospirò.
“Beh, finalmente possiamo andare a dormire” esultò Michela.
La donna si fece condurre al piano di sopra ove mostrò loro la camera. La casa aveva soltanto due stanze per dormire: ed in entrambe c’era un letto matrimoniale.
“Non c’è un letto singolo?” chiese Patrizia;
“Purtroppo no, questa era la stanza di nostra figlia, poi lei si è sposata e se n’è andata, lasciandomi sola” sospirò la donna.
Nelia appoggiò la candela sul comodino. La sua luce tremolante illuminava la piccola stanza ed i loro volti. Una candela era necessaria poiché la lampada del soffitto non funzionava. La stanza era piccola e candida: tutto al suo interno era di colore bianco. Il letto, l’armadio in fondo alla parete e le lunghe tende della finestra. Le due ragazze indossarono velocemente il pigiama ed entrarono sotto le coperte. Michela soffiò sulla fiamma regalando così la stanza all’oscurità.
Forse a Michela non importava niente di starsene in quella stanza fredda immersa nel buio più totale, ma a Patrizia sì. Non le piaceva affatto. Si era sempre ritenuta una persona coraggiosa, ma anche alla persona più ardimentosa può capitare di scoprire la paura. Il buio, si sa, è un contenitore infinito, e può celare molti misteri. E anche voi, non venite a dirmi che non avete mai provato una forte sensazione di disagio a starvene da soli in una stanza in assenza di luce. Non è forse così?
“Michi, stai dormendo già?…”mormorò improvvisamente Patrizia. La sua voce aveva il timbro sgomento. Pareva quella di una bambina che era stata appena costretta a mandare giù un cucchiaio di sciroppo amaro.
“Vorrei tanto” sbuffò “Che cosa c’è?”
“C’è che…beh, io sento un freddo cane”
“Lo credo bene, non c’è riscaldamento in questa casa” le ricordò;
“E ora che facciamo?”
“ Cosa vuoi fare? Dormiamo, no?”
“Se almeno ci fosse una stufa a legna in questa stanza…”
Michela si mise a ridere:
“Certo. Così, imbranata come sei, daresti fuoco alle tende. Dormi, va, che è meglio”
La biodiversità entra dappertutto, di soppiatto. Silenziosa si insinua nelle piccole case. Lenta ma inesorabile essa arriva, strisciando nel buio. Anche se le due amiche non potevano vederla, essa c’era. E in quel momento era lì. Era nel buio, e c’era anche per loro.
Dopo qualche minuto, Patrizia parlò di nuovo:
“Michi, stai dormendo già?”
“Ora non più. Che cosa c’è ancora?” mugugnò.
“Domani è San Valentino, hai già scelto il regalo per Leonardo?”
“Sì. Si tratta di un regalo molto speciale” ridacchiò;
“Scusa, non volevo parlarti di questo …c’è un’altra cosa. Ma…non so se è il caso…”
“E di che si tratta? Spero che non sia una cosa lunga, perché a quest’ora sarà già l’una di notte” brontolò lei;
“Beh, si tratta di Fernando, il ragazzo che abitava nella casa vicino al vecchio cinema”
“E allora?”
“Sono iniziate a circolare strane voci in paese”
Michela sbuffò. Ci mancava soltanto questa, adesso.
“Uffa, ancora con questa storia? Si può sapere perché diavolo la tiri fuori adesso e a quest’ora? Vuoi fare come i bambini che si raccontano le storie del terrore la sera, prima di andare a letto? Così ci spaventiamo tutte e due ed è la volta buona che trascorriamo l’intera notte ad occhi spalancati nel buio”
“Sì, ma dicono cose strane in paese. Sai che suo padre lavora alla DMM?”
“Alla…cosa?”
“E’ la ditta che ha eseguito i lavori per installare le antenne dei ripetitori. Dicono che quelle installate in cima alla collina che sovrasta il paese hanno generato un forte elettrosmog in tutta la vallata. E dicono che esso ha causato degli…strani effetti sulla gente”
Aveva fatto una pausa di una buona manciata di secondi prima di continuare. Sì, il timbro della sua voce lasciare trapelare una certa di paura che si era insinuata in lei. Come un piccolo granello di sabbia in un macchinario. Dopotutto, non era niente di speciale. Era solamente una triste storia di un giovane ragazzo ucciso da un ladro entrato nella sua casa. Ma questo ladro, a giudizio di chi lo aveva visto sgattaiolare via, aveva qualcosa di strano.
“Sì, certo…si chiama alterazione genetica. Ma spero che non vorrai crederci pure tu, adesso”
“No, è che…hai sentito anche tu a quello che hanno raccontato in paese, no?”
In quel preciso istante iniziò a sollevarsi un forte vento. Le persiane venivano fatte sbattere continuamente contro i ganci che le sostenevano. Patrizia temette che si potessero rompere.
“Adesso Non fare finta di non sentire, cribbio. Hai sentito che cosa hanno detto oppure no?”
Dannazione a te, pensò lei. Certo che l’ho sentito dire. Tutti l’avevano sentito dire. Ma preferivano non pensarci. Anche Michela preferiva tergiversare. Anzi, si chiese per quale assurdo motivo alla sua amica fosse venuta la malsana idea di parlare di quella dannata storia proprio in quel momento.
“Sì, hanno detto che quando hanno ritrovato il suo assassino era come metamorfizzato. Al posto delle gambe aveva due grossi rami che si muovevano autonomamente. Come fosse una pianta umana. Al punto da sembrare quasi il protagonista di un racconto di Ramsey Campbell. O di Clive Barker” …detto questo si mise a ridere. Michela aveva adottato questo termine di paragone perché era una grande appassionata di letteratura del brivido. E Patrizia lo sapeva bene.
“Non prendermi in giro, dannazione…tu ed il tuo Clive Barker! Ma ci credi o no?”
“Sono tutte idiozie. E adesso dormi…”
“Ma…”
“Niente ma. Buonanotte e sogni d’oro” disse Michela voltandosi dall’altra parte. Affondò la testa nel cuscino e si addormentò. Ma il suo sonno durò ben poco, perché pochi istanti dopo fu destata per l’ennesima volta:
“Michela, c’è qualcuno!”
“Cosa?”
“C’è qualcuno con noi in questa stanza. Non siamo sole” balbettò in preda al panico.
“Cosa? Ma che dici? Ti sei rincretinita?” urlò Michela;
“Non riesco a vederlo ma so che c’è qualcuno. C’è qualcuno in questa maledetta stanza insieme a noi!” disse roteando gli occhi impauriti nel buio alla ricerca del pericolo.
“Sei davvero una stupida, lo vedi cosa succede a parlare di queste cose?”
Patrizia afferrò la sua amica per un braccio terrorizzata:
“Oddio…Qualcosa mi si è attorcigliato attorno ad una gamba. Mi ha preso
“Sei impazzita?”
Patrizia stava urlando, adesso. Urlava e si dimenava come una tarantolata. Michela si mise in ginocchio sul letto e la afferrò per i polsi:
“Santiddio, ma che ti sta succedendo? Stai calma…calmati!”

Michela era spaventata perché inizialmente credeva che la sua amica volesse solamente giocarle uno scherzo. Ma poi si accorse che non era affatto così. Era davvero terrorizzata.
“Oddio, Michela, per l’amor del cielo, aiutami, ti prego…accendi la luce. Accendi la luce”
“E come faccio? Non funziona!”
“Accendi la luce, mio Dio…ACCENDI LA LUCEEEEEEEE…”

Leonardo in quel momento stava guidando la sua vecchia Renault Quattro. Era da considerarsi ormai un pezzo da museo. Lui stava racimolando qualche soldo in più per comperarsene una nuova. Sul cruscotto ricoperto di polvere, c’era una foto formato tessera della sua amata, ed accanto un assortimento di cassette di musica di vari autori tra cui spiccavano i nomi di Vasco Rossi e Luciano Ligabue. D’un tratto il motore iniziò a perdere colpi. Quando la macchina si fermò, il conducente capì che cosa era successo: la benzina era finita.
Leonardo uscì dalla vettura e accecato dalla rabbia iniziò a prendere a calci un pneumatico. La spia era accesa già dal pomeriggio. Doveva provvedere ben prima a rimettere carburante, invece aveva fatto passare troppo tempo.
Sapeva che prima o poi la sua cara vecchia Renault Quattro l’avrebbe tradito. Ma proprio per la vigilia di San Valentino doveva farlo? E in aperta campagna, per giunta?
Sbollita la rabbia, rimase immobile per qualche secondo, ansimando. A poco a poco si stava riappropriando del suo self-control. Si mise a cercare la torcia elettrica. Era un tipo previdente, ne teneva sempre una dentro la vettura, apposta per evenienze come quelle. Puntò il fascio di luce sui sedili. Cercò il suo telefono cellulare, ma quando lo ritrovò ricevette un’altra amara sorpresa: la batteria era scarica.
Perfetto, ci mancava pure questa. Due grane al prezzo di una. E poi? Si dice che non c’è due senza tre. Cos’altro doveva capitargli ancora?
La biodiversità, che studiava con tanto impegno, riempiva gran parte della sua vita, questo era certo. Anche se in quel momento di difficoltà pensava a tutt’altre cose, quella sera la biodiversità lo avrebbe riguardato da vicino. Ci sarebbe stata anche per lui.
In quel momento Leonardo fu scosso da un brivido. Aveva udito una voce. Qualcuno lo aveva chiamato dal bosco.
“Chi…chi c’è? Chi va là?” urlò;
Profondo silenzio. Continuò ad avanzare, poi impugnò un coltello a serramanico. Fece scattare il meccanismo che azionò la lama.
“Chiunque tu sia se stai cercando di spaventarmi ci stai riuscendo benissimo…quindi adesso piantala ed esci fuori. Voglio vedere chi sei” balbettò.
Il suo nome fu pronunciato per la seconda volta. C’era qualcuno al di là delle piante agitate dal vento, ma chi?
“Guarda che sono armato. Oltre che il coltello ho anche una pistola. E ben carica”
Mentiva e lo sapeva benissimo. Diceva soltanto così per darsi coraggio. Si era sempre dato l’aria da spavaldo, a scuola come nel gruppo. Già, però la sua accozzaglia di (falsi) amici l’aveva sempre preso per i fondelli per questa sua doppiezza. Forte fuori ma debole dentro. Santo cielo, Leonardo, perché fai tanto il duro? Ammettilo…sei un fifone, gli diceva continuamente Giampiero.
Il suo antipatico volto gli parve ricomparire proprio in quel momento, intento a sfotterlo per l’ennesima volta. Tu sei un pisciasotto, Leonardo…sai perché non sposerai mai Michela? Perché hai troppa paura a prenderti le tue responsabilità, ecco perché. Tu vuoi soltanto una pollastrella che ti sollazzi nei sedili posteriori della tua automobile il Sabato sera e nient’altro. Perché hai paura a stare lontano da papà e mamma. Sei un codardo. SEI SOLAMENTE UN FOTTUTO CODARDO.
Io non sono un codardo. Ripeté fra sé e sé. Iniziò ad avanzare stringendo saldamente il coltello nelle proprie mani. Si avventurò fra le piante. La rabbia gli aveva dato coraggio. Avrebbe fatto vedere a tutto Ponte Antico di cosa era capace. Finalmente avrebbe dato a tutti prova della sua forza.
“Avanti, vieni fuori, chiunque tu sia. Io non sono un codardo, non lo sono mai stato, HAI CAPITO?” urlò.
In quel momento accadde l’incredibile. Alcuni rami di una pianta vicina si allungarono e lo avvinghiarono. Si trovò prigioniero in pochi istanti (tutto accadde rapidamente).
Non credeva ai suoi occhi, i rami si stavano muovendo, come posseduti di vita propria. Ma com’è possibile? Le piante non possono farlo, è assurdo, pensò. I rami gli coprirono interamente il volto in un attimo. Non avrebbe potuto urlare, nemmeno se avesse voluto. Successivamente il suo diabolico aggressore iniziò a trascinarlo giù per il sentiero.

La mattina dopo, proprio il giorno di San Valentino, le auto della polizia avevano circondato la casa di Nelia. All’interno della dimora si presentava una scena agghiacciante. Le interiora della donna erano finite dappertutto: sulle scale, sul divano e perfino sopra la tavola. Il pavimento poi era pieno di sangue. La sua testa era rotolata in un angolo. Fissava macabramente, con gli occhi ancora spalancati, i poliziotti che erano appena entrati. Proprio come l’inquietante Medusa del Caravaggio.
“Dio…ma che cosa è successo in questa dannata casa?” gridò schifato il tenente;
proprio in quel momento un poliziotto lo chiamò:
“Venga, presto…venga a vedere”
Lo fece scendere per delle scale fino a farlo giungere alla cantina: sotto un grande telone di plastica di color verde che copriva gran parte del pavimento, c’era qualcosa che si muoveva. E a giudicare dalla sagoma, doveva essere di grandi dimensioni.
“Me ne sono accorto poc’anzi. Ma non ho avuto il coraggio di sollevarlo. Non so cosa ci sia sotto” disse con gli occhi ingranditi dall’ansia.
“Beh, lo scopriremo subito” sibilò il tenente caricando la pistola “adesso afferra con molta calma il telone e sollevalo al mio tre, intesi?”
“V…va bene” mormorò lui. Sperava tanto che non glielo avesse chiesto. Qualunque cosa, ma non questa.
“Uno…due…tre”
Il poliziotto sollevò il telone di scatto. Il tenente urlò di terrore.

Leonardo riprese coscienza proprio quella mattina. Non aveva la minima idea di dove si trovasse, né di quanta strada avesse fatto. Iniziò ad avvertire un forte dolore in direzione della milza. Un ramo gli era penetrato dentro la carne, ma non poteva vederlo. Non poteva vedere proprio niente, in quel momento.
Riacquistò la vista a poco a poco, attimo dopo attimo, come un paziente ospedaliero che si riprende dopo una lunga anestesia.
Si stava muovendo, ma non lo stava facendo con le proprie gambe. C’era una grandissima pianta che lo aveva avviluppato e che lo stava trascinando con sé.
Leonardo cominciò lentamente a vedere qualcosa, sì, stava cominciando a distinguere nuovamente i colori. Inorridì quando davanti ai suoi occhi comparve la ragazza che amava: Michela.
Era la stessa di sempre, ma soltanto dalla vita in su. La parte inferiore del suo corpo invece era mutata: al posto delle gambe aveva due grossi rami che la facevano stare in piedi. Una creatura surreale. Una pianta umana. Come Michela aveva detto la sera precedente alla sua amica del cuore, una figura così sembrava davvero uscita da un racconto horror. Ma a volte la realtà supera la fantasia.
“Mic…Michela…che…cosa ti è s…su…successo?” balbettò lui sfinito.
Lei non rispose. Continuava a fissarlo coi suoi teneri occhi azzurri. Quegli occhi che lo avevano fatto innamorare fin dal primo giorno che l’aveva incontrata.
“Che…cosa…sei…diven…ta…ta?” mormorò ancora;
“Che cosa sono diventata? Oh, andiamo! Non dire sciocchezze, amore mio. Che cosa sono sempre stata, vorrai dire” disse ridendo.
Michela, ma cosa sta dicendo? Pensò Leonardo. No, non può essere. Allora vuol dire che…
In quel momento capì tutto. Conosceva Michela soltanto da qualche mese, ma sapeva che viveva da sola. Non aveva mai conosciuto i suoi genitori. E nemmeno Patrizia li aveva mai visti.
E questo perché Michela era un vegetale. Già, proprio così, avete capito bene: un fottutissimo vegetale che era riuscito ad assumere sembianze umane. E tutto per colpa dell’elettrosmog generato dai ripetitori installati sulla collina. Le voci che venivano sussurrate con terrore in paese erano vere, solamente che la verità aveva un altro aspetto: non uomini che diventano piante ma l’opposto. A quanto pare, dunque, quegli idioti della DMM senza volerlo aveva causato un disastro! E così la biodiversità a lui tanto cara, che riempiva la sua vita lavorativa, ottenne finalmente un grande ed inaspettato spazio anche in quella intima e personale del nostro biologo. E avrebbe continuato a prendere ancora campo, oh sì: per tutti gli abitanti di Ponte Antico. Per tutti gli altri che erano rimasti. Potete crederci.
La pianta che l’aveva aggredito era una sua alleata, senza dubbio. Ce n’erano altre come quella: l’invasione era iniziata. Forse potete anche trovare questa storia divertente, ma riflettete per un istante: la mucca pazza, la recente influenza dei polli, non avrebbero forse fatto sorridere se pronunciate trent’anni fa? La natura finge di essere inerme, ma può vendicarsi. In quel momento la ragazza spalancò la bocca: i suoi denti erano lunghi ed affilati come quelli di un felino. Aveva già pensato a sistemare la signora Nelia, Patrizia e buona parte della polizia. Ma aveva ancora fame. Già, quel giorno aveva proprio molta, moltissima fame.
“Buon San Valentino” gli mormorò. E iniziò a divorarlo.
(Diego Balestri)


 

Adolfo
Come ti ho visto mi son detto: -Questa deve essere una buona diavola che non rompe le uova nel paniere a nessuno, tanto meno a me che sono una pasta d'uomo per bontà e per onestà. Invece mi sono sbagliato, perché tu sei risultata una grande scocciatrice, rompiballe colossale; ogni volta che mi vedi mi chiedi un prestito; ma che scherziamo? Non sono mica Paperon de' Paperoni! E poi cominci anche ad essermi antipatica con quel tuo naso all'insù che sembra abbia paura di annusare i poveri mortali, come se fosse stato soffiato da qualche nobile delle passate epoche. Ieri l'altro ridevi come una tartaruga innamorata, muovevi le mani come una languida fanciulla e dimenavi il sedere come una ranocchia.>>
      Così inizia il romanzo, intitolato "La vita è un problema", del bidello Adolfo Bellini.
E' costui un uomo sui trentacinque anni, dalle gambe leggermente arcuate, orecchie a sventola, narici dilatate e occhi un po' sporgenti. E' perennemente seduto su una sedia metallica con sedile rivestito in compensato, al centro del lungo corridoio del secondo piano della Scuola media "G. Leopardi" di Variano. La scrivania su cui si appoggia pensieroso è piena di fogli bianchi, quadernoni, due penne rosse, una blu ed una nera. Non vede e non sente nessuno, tutto preso dalla sua attività incessante. Scrive scrive scrive.
I ragazzi fanno a gara a chiedere il permesso di andare in bagno; si divertono un mondo a passargli davanti, fargli boccacce scimmiesche, camminare come sciancati per sfotterlo, sbattere le porte per vederlo, finalmente!, sobbalzare. Lui alza la testa, osserva con austero sguardo il corridoio...vuoto, sorride al soffitto, e poi si rituffa nel suo ciclopico romanzo. E scrive scrive scrive.
Sono dieci anni che ha cominciato il romanzo. E' arrivato a pagina 4357 e non ancora entra nel vivo della vicenda. Altro che "I Miserabili" o "Guerra e Pace", la sua creazione dovrà superare le barriere del tempo, dovrà essere il fulcro della cultura del Tremila.
La sua mano corre veloce; ogni tanto egli si ferma, cambia penna e sottolinea di rosso alcune parole; poi passa alla penna blu e disegna dei magnifici ovali intorno ai termini fondanti; quando afferra la penna nera, son dolori. Sembra straziato: gli occhi quasi strabuzzano, si contorce sulla sedia, e...zac! un taglio netto sulla frase malcapitata.
E quei birbanti di alunni che ti fanno? Lo imitano, entrando e uscendo dalle aule e dai bagni. Qualcuno più maleducato ed audace di altri disegna addirittura sulle pareti segnacci e svolazzi rossi neri blu.
Quelle poche volte che arriva la preside, richiamata dal frastuono e dalle sghignazzate, tutto per incanto tace: gli insegnanti non hanno visto e non sanno; gli allievi, poveri angeli, sono compostissimi. Quella sbraita al vento, nessuno si dà pena di prestarle attenzione.
-Che cos'è questo baccano! E lei, Bellini, cosa fa? Scalda la sedia? Lavori, lavori. Si guadagni lo stipendio!-
Il bidello si alza, tutto anchilosato, con tre penne in mano; sorride con una smorfia disgustosa, come per dire: - Ma lei m' interrompe l'estro creativo!-Cosicché sfiduciata, irata, minacciando sanzioni disciplinari agli insegnanti ed agli alunni, e licenziamenti in massa ai collaboratori scolastici, se ne torna in presidenza a sorseggiare la sua tazzina di tè.
Appena sparisce, rieccoti il putiferio. Tutti son contenti e, a detta di Adolfo, il peso della cultura si fa sentire in un ambiente sereno, dove è molto proficuo lavorare.
Ma lui svolge il lavoro per cui è pagato? Certo! In mezz'ora ti pulisce le aule, il corridoio, i bagni e alle tredici e trenta precise vola a casa dalla sua famigliola.

      Ad attenderlo ci sono, a sentir lui, due graziose personcine: la moglie Marietta e la figlia di cinque anni Giuseppina. A dir la verità son bruttine, ma per Adolfo sono ninfe; le ama veramente, è molto legato ad esse che, servizievoli, si preoccupano tanto delle fatiche a cui è assoggettato.
Ingurgitato un grosso piatto di pastasciutta, scolato un mezzo litro di vino, il buon Bellini può raccontare la sua pesante e faticosa giornata trascorsa a scuola. Ma del romanzo in casa non parla affatto. Si sa, son cose da letterati quelle, mica roba per quella ignorantona (nel senso che ignora, non sa) di sua moglie. I suoi cari, compresi i parenti lontani in Calabria, pensano che lui sia quasi sfruttato dallo Stato italiano, che nemmeno una divisa gli passa! E Adolfo fa di tutto per avvalorare queste ipotesi.
Verrà, verrà il giorno della riscossa, quando tutti, a cominciare da quei tromboni di insegnanti, si inchineranno alla sua magica maestria, al suo sublime capolavoro, al nuovo e imperituro vate della cultura italiana. Perfino Dante, di fronte alla possanza delle sue ineguagliabili idee, sarà ridimensionato.
Su questo medita, mentre gioca a cavalluccio con Giuseppina. Si rotolano felici sul tappeto, la moglie prepara il caffè: perfetto quadretto di sana famiglia.
"Ti sono vicino e mi sento di stare più tranquillo, ma tu non mi dici niente. Perché? Lo so che qualche volta sono scortese e mi comporto un po' male. La tua bellezza è un piacere per me che ti amo con tutto il cuore e l'anima. Sai che sempre ti sarò accanto fino all'ultimo attimo della vita. Tu mi vuoi bene anche quando non lo fai vedere. Scadenza delle mie attenzioni. Tripudio della mia felicità folle. Olfatto generoso di olezzi sapienti. Fuga dalla monotonia quotidiana. E tu, dolce pulcino, sei l'anima del mio vivere, soave fragola saporosa. Scala della mia gioia".
Ecco, Adolfo pensava di inserire questi profondi e sublimi pensieri nel suo romanzo. Così avrebbe celebrato nel migliore dei modi il suo affetto per Pinuccia e il suo amore per Marietta, che adesso lo stava osservando con sguardo estasiato.
Ma non sempre "Adolfuccio mio" era tanto buono e gentile. A volte si arrabbiava per un nonnulla, specialmente quando veniva chiamato mentre era assorto in chissà quali fantasticherie. In quei momenti diventava scuro in volto, con gli occhi più sporgenti del solito e fissi su un oggetto, e roteava la mano destra in aria come se scrivesse. Allora anche Giuseppina esitava ad avvicinarsi al dolce "papino". Povera Marietta! Non sapeva nulla del romanzo, non poteva immaginare che suo marito aveva intenzione di diventare l'uomo più famoso del ventesimo secolo.
Adolfo, intanto, riportato alla realtà dalla sua bimbetta, che gli faceva solletico sotto le ascelle, sorrideva, felice di vivere.
Che pace! Che bello assaporare le gioie della famiglia! Erano momenti di felicità piena. E allora lui parlava per due tre ore senza mai stancarsi. La moglie capiva quei discorsi che spaziavano in tutti i campi del sapere e svisceravano le problematiche dell'esistenza, ma gli estranei facevano molta difficoltà ad afferrare quel torrente impetuoso di parole, screziate di cadenze dialettali, arricchito di termini inventati sul momento per dare forza esplicativa al ragionamento.

      Così passava la vita, Adolfo. La mattina, a scuola, scriveva; il pomeriggio, a casa, parlava, andava a spasso da solo o in compagnia dei suoi cari per la cittadina, vedeva la tv quando pioveva o faceva troppo freddo. Era contento anche perché a scuola era stato accettato ed aveva trovato il luogo adatto per continuare a scrivere il suo romanzo esistenziale.
Gli insegnanti, però, parlavano poco con lui, e non capiva il perché; soltanto la professoressa Morino, di origine meridionale, qualche volta si fermava a scambiare con lui qualche parola. Gli sembrava che avesse difficoltà a seguirlo, le doveva ripetere i concetti quasi sillabando. A lei aveva rivelato il suo progetto; le aveva letto alcuni brani significativi del libro e aveva notato in lei una certa invidia, sì, invidia per il fatto che un sempliciotto di bidello, in possesso solo di un modesto diploma di perito aziendale, potesse esprimere con tanta magnificenza la realtà quotidiana e scavare con tanta profonda perspicacia nell'animo dell'uomo. Veramente la professoressa stava per scoppiare a ridere, come poi aveva raccontato al capannello di insegnanti durante la ricreazione. -Quello-diceva -è un esaltato; scrive delle cose strampalate, senza capo né coda.-
I professori da allora cominciarono a sorridergli (lui ricambiava, spingendo in basso a sinistra il labbro), e varie volte gli si avvicinarono proprio quando era immerso nella stesura delle sue idee formidabili. Avevano voglia di ridere un po'. Riuscirono a farsi leggere dei pezzi della sua storia infinita. Nei corridoi, davanti alle porte delle aule, salendo le scale, nella sala insegnanti, si scambiavano festosi e ridenti le "descrizioni patetiche" del povero Bellini.
Il professor Maurone, grande narratore di barzellette, colse al volo l'opportunità di incrementare il suo repertorio; preparò diverse battute esilaranti incentrate sulle magagne ortografiche e lessicali del novello Manzoni. Con il suo vocione imitava Adolfo, quando, paonazzo per lo sforzo di emettere le sue irruenti frasi, con movimenti convulsi muoveva le mani come a spiegare concetti metafisici. Così ridevano tutti, a volte senza ritegno.
Gli alunni più grandi si accorsero della cosa; cominciarono anch'essi a tartassare il bidello, che non se la prendeva, anzi era persuaso di aver acquistato notorietà.
Moncini, alunno ripetente della famigerata classe 3D, iniziò a chiamarlo "maestro"; Marrone, più preparato, si rivolgeva a lui con un "Ciao, Manzoni!"; Salvetti, basso di corpo e di cultura, più spesso fuori che dentro l'aula, gli chiese addirittura il piacere di svolgergli un tema dal titolo astruso "Ho visto un uomo morire", che la professoressa Bianco aveva assegnato, forse fidandosi troppo delle capacità dei suoi allievi, con troppa leggerezza. Ebbene, Adolfo, allettato dalla possibilità di mostrare veramente tutto il suo valore, riempì otto facciate di protocollo. Impiegò più tempo Salvetti a ricopiarle che lui a scriverle.
L'insegnante rimase allibita. Capì subito che doveva esserci di mezzo il bidello. Rimproverò aspramente il maleducato Salvetti, e poi, offesa per come erano stati interpretati i suoi intendimenti didattici, si sfogò con la preside, chiedendo la sospensione per l'alunno e una doverosa rampogna per Bellini. Ma Salvetti non fu sospeso, perché -Cara professoressa, non si può trattare in questo modo un alunno da recuperare; e poi non assegni quei temi!-Successe il finimondo. Urla, minacce, ordini imperiosi. La Bianco perse la calma e si mise a strillare con voce acuta e rotta :
-Lei è la rovina della scuola! Protegge questi screanzati, che si sentono in dovere di fare il loro sporco comodo!-
-Professoressa Bianco, misuri le parole, se no le invio un'ispezione!-
-Ecco, lei è capace solo di minacciare quelli che lavorano, approfitta della sua posizione. Non ci si comporta così, specialmente con un'insegnante che ha alle spalle vent'anni d'insegnamento!-
E, sbattuta la porta, se ne andò vociando in aula.
E Bellini? Ah! povero Adolfo, quante ne sentì. Lui, ingenuo e nello stesso tempo temerario, non diede molto peso ai proponimenti del capo d'istituto.
-Tanto-pensava - cosa mi può fare? Al sindacato mi hanno detto che non mi può fare niente. Se vuol gridare, che gridi!-
Questa volta però si sbagliava. Una grossa tempesta stava addensandosi sul suo capo. Ma lui non percepì l'atmosfera della situazione. Era ancora pieno di vitalità creativa; l'ottimismo gli sprizzava da tutti i pori: tutto andava bene, anzi benissimo.
Preso dall'euforia, finalmente rivelò alla moglie il suo magnifico progetto: stava scrivendo un libro immortale! La donna lo guardò per un attimo perplessa, ma poi fidandosi delle capacità di Adolfo sorrise felice, lo abbracciò e gli domandò:
-Ci sarà anche da guadagnare? Un po' di soldi in più ci farebbero comodo.-
Lui con atteggiamento magnanimo e lungimirante rispose che, sì, il denaro sarebbe arrivato; ma ad un artista non è la vile pecunia che interessa, quanto la gloria, la fama imperitura. Lei sarebbe passata alle cronache letterarie del futuro come la Musa ispiratrice, insieme con la ninfa Giuseppina, dell'autore più eclettico che avesse calcato le scene dell'arte novecentesca.

      Venerdì, 23 aprile 1993, accadde un fatto straordinario, che Adolfo accolse con somma gioia, non sapendo che avrebbe provocato un cambiamento improvviso e tormentoso alla sua vita. Certamente, se avesse potuto immaginarne le conseguenze, quel giorno avrebbe tenuto a freno la sua mente vulcanica e incontrollabile.
Si era recato di corsa a scuola in anticipo, perché smaniava di scrivere l'arcobaleno di immagini che aveva attraversato la sua fantasia. E cammin facendo, pensò, ahi, pensò di inserire poesie nel suo romanzo.
Sfogliando una vecchia storia della letteratura, aveva scoperto che tutti i grandi scrittori italiani erano stati magnifici prosatori e ineffabili poeti. Gli vennero in mente Dante, Petrarca, Boccaccio, Leopardi, Manzoni. La "Vita nova" di Dante gli offrì lo spunto di mettere in atto il suo originale proposito, ma lui voleva essere più concreto, più aderente alla realtà quotidiana. Manzoni, nonostante fosse stato il più grande romanziere dell'Ottocento italiano, si era troppo dilungato in particolari storici che toglievano forza e scorrevolezza al racconto. Leopardi, poeta veramente unico, era per lui troppo pessimista e filosofo piagnucolone. Insomma, Adolfo riteneva di dover cimentarsi nel nuovo progetto per operare una rappresentazione della realtà che fosse una sintesi dei valori letterari del passato inseriti in un contesto tormentato com'è la vita d'oggi.
Detto fatto. Appena arrivato a scuola, penna in mano, si mise a sedere sulla sua sedia scalcagnata e iniziò a buttare giù dei versi:
"Fragile farfalletta che in ciel voli,
dimmi, quando ti poserai mai?"
Ma i versi non gli fluivano come avrebbe desiderato; si accorse, suo malgrado, che faceva fatica a poetare. Non era facile come lo scrivere dei casi dell'esistenza. Quasi quasi se la prendeva con se stesso. Provò con un altro tema:
"La vita è come un fantasma:
or ti spaventa, or rider ti fa."
Non riusciva ad andare avanti. Però non voleva mollare. Tentò ancora con un'immagine floreale ed esistenziale:
"Un albero maestoso, dalla chioma possente,
olmo antico che i rami lunghi distende,
in questo cortile pieno di piccola gente
che strilla e corre con in mano le merende,
osserva tutto e non si lamenta mai, mai."
Gli sembrò che andasse meglio. E così, anche se a fatica, continuò per tre ore filate.
Alla fine della terza ora, suonata la ricreazione, con il quadernone in mano, si avvicinò alla professoressa Morino e farfugliò:
-Signorina, che cosa pensa di questi frammenti poetici?>>
L'insegnante, data una rapida scorsa a quell'ammasso di insulsaggini, per non ferirlo, rispose che non erano male, ma che abbisognavano di una certa limatura, di più vena e di più afflato (parola che Adolfo dovette andare poi a consultare sul vocabolario).
-D'altra parte, caro Bellini, mica si nasce poeti; lo si diventa con l'impegno e con lo studio; bisogna saper cogliere i momenti creativi; non si scrivono versi tutti i giorni!-
La risposta piacque al bidello, che si ripropose di aspettare l'ispirazione.

      Quel giorno non scrisse nemmeno una riga del romanzo. La sua idea fissa era la poesia. Per procurarsi un'atmosfera più rispondente al dettame lirico, decise di immergersi nel mondo della natura.
Senza dire una parola, appena finito di pranzare, uscì di casa e si diresse verso la laguna.
Gli piaceva passeggiare sull'argine, essere accarezzato dalle folate di vento, osservare i gabbiani immobili sull'acqua, sentire le chiacchiere delle canne, afferrare fili duri d'erba, sedersi tra i fitti cespugli della scarpata. Cercava disperatamente l'estro che sempre l'aveva accompagnato nel suo racconto ciclopico, ma era bloccato da qualcosa che gli sfuggiva. Era come una malinconia sottile che lo permeava tutto, una triste inquietudine ristagnava all'altezza del cuore, si sentiva come svuotato di forze.
Il suo sguardo cadde su una fila di laboriose formiche, simbolo di incalzante operosità. Finalmente un barlume d'ispirazione! Trasse di tasca, frenetico, il quadernetto che si era portato, ed una matita. Cominciò a scrivere o meglio a soffrire. Quelle immagini felici che gli sgorgavano impetuose dal profondo dell'anima diventavano inerti parole prive di sentimento sulla carta. I versi si inceppavano.
Un improvviso rabbioso movimento involontario spezzò la matita in due, e il quadernetto, con la pagina già bucherellata, finì in acqua a spaventare una solitaria alzavola.
Si alzò costernato, abbattuto, finalmente conscio della propria limitatezza. Adirato contro se stesso, cominciò a camminare sull'argine a passi lunghi, a falce, compiendo con le gambe degli archi irregolari, calpestando i fiori e le infaticabili formiche. Scuro in volto, i pugni stretti, gli occhi fissi, percorse due volte tutto l'argine dal cimitero fino alla darsena. Quando tornò a casa, a vederlo, Marietta si spaventò, ma non ebbe il coraggio di chiedere cosa gli fosse successo. Più tardi lo sentì borbottare:
-Asino deficiente, buono a nulla!-
-Chissà con chi ce l'ha-pensò, un po' rassicurata.

       Quella sera Adolfo andò a letto senza dare il bacetto alla sua Pinuccia, gravato da un peso che lo tirava in basso, con il cuore che martellava palpiti dolorosi sui timpani delle orecchie.
-Adolfo, che cos'hai?-chiese Marietta, con apprensione.
-Nulla. Lasciami in pace!-replicò irritato.
Si addormentò a fatica.
Sognò campi elisi in cui poeti divini sorridenti gli davano la mano, che diventava all'improvviso un artiglio avido di sangue; si vide circondato da insegnanti e alunni che lo sbeffeggiavano mentre tentava di recitare, senza riuscirci, una sua lirica dolcissima; la professoressa Bianco e la preside sghignazzavano feroci e lo minacciavano di sospensioni e di licenziamento; un ammasso di grasso vischioso lo catapultava nel pozzo della vecchia casa paterna diroccata, profondissimo, senza fine, alla cui estremità una massa oleosa pulsante lo attendeva pronta a risucchiarlo nel baratro; invece egli finiva nell'acqua gelida e maleodorante, a testa in giù; sopraffatto dall'angoscia annaspava nel buio liquame.
Si svegliò madido di sudore, con il respiro rotto e la bocca amara. Una spossatezza totale lo trattenne a letto al primo tentativo di alzarsi. Erano le sei e trenta.
-Stamattina, non vado a scuola-pensò -Sento che mi può succedere qualcosa di brutto.-
Per non svegliare la moglie, piano piano, al lieve bagliore di luce che filtrava attraverso le persiane, si recò in cucina. Gli tremavano le mani, mentre preparava il caffè, e per poco non faceva cadere sul pavimento la caffettiera. Il pensiero dell'incapacità di scrivere poesie gli rese il caffè più amaro di quanto non lo fosse. Un brivido gli attraversò la schiena, e uno spasimo improvviso gli fece muovere con violenza il labbro inferiore, mentre le narici si dilatavano al massimo come in cerca d'aria.
Si sedette su una sedia con la testa fra le mani, i gomiti appoggiati sul tavolo, quasi fuori di sé. Un rumore di porta che si apriva lo riscosse. Erano la moglie e la figlioletta.
Marietta vide subito lo stato pietoso in cui versava Adolfo e gli si rivolse con dolcezza:
-Ado', devo chiamare il dottore? Ti senti male? Che cos'hai?-
Pinuccia intanto guardava il padre con gli occhi lucidi, e già le labbra accennavano al pianto. -Vai di là a giocare con la bambola-le disse la madre.
Appena uscì dalla cucina, Adolfo scoppiò in un pianto dirotto e disperato.
-Piangi, piangi, che così ti sfoghi-gli sussurrava tenera Marietta.
-Non andare a lavorare, se non te la senti; rimani a casa con noi. Parla, dimmi tutto.-
E lui finalmente si sfogò, spiegando alla moglie che non riusciva a scrivere poesie.
-E per questo devi soffrire tanto? Lascia stare le poesie e continua a scrivere il romanzo, perché tu sei un grande scrittore.-
Rincuorato da queste parole, Adolfo cambiò aspetto, e, spazzando via le tristi fantasticherie e gli incubi della notte, baciò riconoscente la moglie. Dimentico all'improvviso delle sue angosce, decise di recarsi a scuola.
Infilato il prezioso capolavoro in una borsa sgualcita, presa la bicicletta, cominciò a pedalare con lena, quella dei tempi migliori; non faceva caso al vento che si era levato e che a tratti esplodeva in rabbiose raffiche, tanto che per poco non lo mandava a sbattere contro un pino. -Anche il vento ora ci si mette; ma che! tutto il mondo ce l'ha con me?-rifletté con inquietudine irata.
-La sfortuna mi ha preso di mira, mi tiene sott 'occhio, mi cura-considerò con amarezza.
Aveva ragione. Il caso voleva proprio divertirsi con lui quel giorno, assestargli il colpo finale.

      Nel lungo e largo corridoio il chiasso dei ragazzi e gli urli degli insegnanti non lo distolsero un attimo dal rimuginare idee nuove, strampalate; ma si soffermava con insistenza sui lugubri sogni della notte e formulava tristi constatazioni sulla sua essenza di povero cristo alla mercé del destino.
Rimase immobile e con un'aria allucinata quando si accorse che la penna non scriveva. La penna, capite? Quella rapida e tenace penna che di solito lanciava irrefrenabile sulla pagina pensieri, voci dell'anima, cronache del quotidiano.
-Adesso intoppo pure con la prosa? Ma che cosa m'è successo! Qualcuno, che ce l'ha con me, mi ha fatto il malocchio!>>
Immerso in questi pensieri, non badò a Mirco Bullini, alunno un po' particolare, con problemi caratteriali che, quando poteva, cercava di squagliarsela. A scuola non voleva starci, era un tormento per lui rimanere seduto per cinque ore a sentire cose di nessun interesse. Si era stancato di ascoltare il professore di matematica, Anselmo Pogolin, che parlava in modo lento e strascicato, facendo esempi lontani dalla realtà delle cose; aveva chiesto quindi di andare al bagno. Una volta in corridoio fu uno scherzetto per lui eludere la vigilanza di Bellini, tutto preso dalle sue elucubrazioni; uscì in cortile e poi si diresse verso viale Nazionale.
Dopo una mezz'ora, il professore si chiese come mai Bullini tardasse tanto e si sporse fuori della porta a dare un'occhiata: nessuno; anzi, vide solo il bidello seduto che storceva la penna con le due mani, proteso in avanti sulla scrivania.
Dopo vari tentativi di attirare la sua attenzione, lo chiamò a voce alta:
-Bellini, ha visto per caso l'alunno Bullini?-
I ragazzi scoppiarono a ridere a sentire quel gioco di parole; erano contenti perché presagivano che il loro compagno ne avesse combinata una delle sue.
-Per favore, dia un'occhiata nei bagni e nelle aule speciali-continuò l'insegnante, mentre con sguardo severo e urlando intimava il silenzio alla classe ormai scatenata.
-Prof, forse è al primo piano, posso andare a vedere?-si fece avanti Claudio Mussa, ragazzo sveglio e sfrontato, che coglieva tutte le occasioni per alleggerire il peso delle lezioni monotone, facendosi un giretto per i corridoi.
-Va', va', ma fa' presto.>>
E così nel giro di cinque minuti tutta la scuola venne a sapere che a Bullini era riuscita l'evasione.
Tutte le classi del secondo piano erano in fermento: aspettavano da un momento all'altro l'arrivo della preside urlante. Di lì a poco infatti si sentirono delle grida, e apparve furibonda la dottoressa professoressa Linda Panetto Russo, vestita in tailleur bleu, con le vene del collo turgide per l'ira; si diresse come una scalmanata verso il professor Pogolin, apostrofandolo con aria minacciosa:
-Ma professore, tutte a lei succedono queste cose? I ragazzi si prendono gioco di lei. Non faccia l'incapace; non dorma, stia più attento. Lo sa che è responsabile dell'accaduto? E adesso chi lo trova quello!-
Poi, senza aspettare nemmeno una più piccola spiegazione dell'insegnante, si scatenò sbraitando contro Adolfo, che sentendosi in colpa si aspettava la lavata di testa stando quasi sull'attenti con il volto atteggiato a reo confesso, con gli occhi bassi e le orecchie tremule.
-Lei, Bellini, cosa faceva mentre quello le passava sotto il naso? Scriveva, eh, scriveva le stupide storie che fanno ridere tutti e non valgono niente. Lei, invece di lavorare, fa il comodo suo e mangia il pane a ufo, togliendolo a quelli che se lo meritano. Ma non finisce qui, non finisce qui. Io la licenzio!-
Gli alunni ridevano divertiti alla scenata isterica e le rifacevano il verso dietro, scambiandosi battute condite di "pane a ufo" e "la licenzio".
Due bidelli e tre professori ebbero l'incarico di perlustrare le strade intorno all'edificio scolastico.
Intanto Mirco correva sull'argine dietro le farfalle, baciato dal vento e accompagnato dal volo dei gabbiani. Si fermò davanti alla fattoria ad ammirare i cavalli, beato, lontano mille anni luce dal minimo comune multiplo. E là fu raggiunto.
Fu sospeso per due giorni, e lui ci rimase male, perché si aspettava una sospensione più sostanziosa.

      Adolfo tornò a casa preoccupato per la sua mancanza e prostrato dalla considerazione avvilente che non riusciva a dar vita alle sue creazioni interiori. Per di più era convinto che la preside tentava con tutti i mezzi di rovinarlo.
-Quella-diceva alla moglie mentre ingoiava senza gusto la minestra -ha osato chiamarmi mangiatore a ufo! Mi ha offeso, gridandomi che scrivo storie stupide! Proprio così ha detto. Gliela faccio vedere io, se non la smette di tormentare un serio lavoratore come me. A tutti può succedere di sbagliare una volta!>>
Marietta era sgomenta, non sapeva come consolarlo, e si limitava a rispondergli:
-Hai ragione, ma non prendertela troppo; can che abbaia non morde.-
Non sfiorava minimamente l'argomento romanzo, per non accrescere in lui lo scoramento. Soffriva molto anche Pinuccia nel vedere il padre nero in volto e la madre nervosa e preoccupata.
Adolfo cominciò a pensare che le sue disgrazie dipendessero da una sola persona: la preside. Essa l'aveva sempre perseguitato fin dal primo giorno, quando si presentò in presidenza per prendere servizio. Già allora gli aveva fatto una specie di interrogatorio, e ciò che l'aveva irritato era stato il modo sprezzante come l'aveva guardato e trattato. E gli venivano in mente gli immancabili richiami fatti sempre davanti a tutti: colleghi, insegnanti, alunni. Sì, era lei la causa dei suoi mali! Era lei che voleva la sua rovina! Era lei che gli aveva fatto il malocchio!
Il giorno seguente, a scuola fu più attento, anche perché la mano si fermava inesorabile sulla pagina. Non si sedette che per breve tempo; passò la mattinata a controllare i ragazzi, che per nulla intimoriti gli facevano boccacce e pernacchie, e rimase in piedi davanti al finestrone ad osservare - sembrava - le foglie degli olmi, ma in effetti rimuginava sulle ingiustizie da lui patite ad opera di quella vipera puttana.
La moglie per distrarlo un po', il pomeriggio, lo convinse a fare una passeggiata insieme con lei e Pinuccia lungo la laguna, perché sapeva che Adolfo la preferiva su tutte. Saranno stati l'affetto delle sue amate donne o le parole di conforto di Marietta o il sorriso della figlioletta o l'aria della primavera imminente o il volo radente dei gabbiani, fatto sta che Adolfo si tranquillizzò e rassicurò con quella rapidità che gli era consueta.
Lui passava facilmente da uno stato di euforia a uno di profonda depressione con sbalzi di umore che infiacchivano la sua già labile psiche, proprio come suo zio Alberto che, a quarantacinque anni, sconvolto dagli incomprensibili casi della vita, si era buttato sotto un treno a Vibo Valentia.
I giorni seguenti, recuperate come per incanto le energie creative, si rimise a scrivere con passione le pene dei poveri mortali, facendo tesoro della sua esperienza personale.

      Un giorno, dal cielo limpido e dallo zefiro soave, era intento con tanta tensione e concentrazione alla sua opera che non si avvide né sentì le due donne che gli si avvicinavano. Erano il capo d'istituto e una signora magra, bassa, dai capelli biondi raccolti in un toupé, dalle labbra sottili e dagli occhi grigi penetranti.
-Bellini!-chiamò la preside.
Il bidello, di soprassalto, alzò la testa e scattò in piedi.
-Colto in flagrante!-continuò gelida.
-Vede, signora, che avevo ragione? E questo lo fa tutti i giorni, invece di compiere il suo dovere-rincarò la dose imperterrita.
La bionda si presentò: -Sono Laura Pallino, ispettrice del ministero della pubblica istruzione. Lei ha ricevuto molte note di demerito per gravi inadempienze. Favorisca venire in presidenza per un colloquio chiarificatore.-
Adolfo rimase di sasso. Il mondo gli crollò addosso. Rivolse uno sguardo carico d'odio e di penosa misericordia alla "nemica". Un sorriso impercettibile vibrava negli occhi freddi e soddisfatti della preside. Aveva vinto, era riuscita ad incastrarlo.
Dopo l'incontro disastroso, da cui risultò - per sua stessa ammissione - che passava gran parte delle ore di servizio a scrivere un grande capolavoro (le donne ghignavano con sadica voluttà), Adolfo, disfatto, non tornò subito a casa, ma si avviò verso la laguna, come in cerca di difesa e pace.
Funesti pensieri lo tormentavano. Davanti alla placida distesa delle acque pensò:
-Se entrassi in laguna e mi mettessi a camminare, cosa succederebbe? Andrei piano piano avanti, e l'acqua salirebbe fino alle ginocchia, poi fino alla vita, poi fino alla bocca, poi, poi...-
I cespugli di pruni avvinghiati, armati di acute spine che gli punsero una mano, gli fecero cambiare l'umore, caricandolo di collera furiosa.
-E se invece lanciassi quella lurida puttana in mezzo a queste spine e la lasciassi qui, cibo per gli insetti? O sarebbe meglio ammazzarla a coltellate, o a calci e pugni? E se la strozzassi, che faccia farebbe? Mi chiederebbe pietà? No, mai: nessuna pietà per una che non la merita!>>
Di pensiero in pensiero dopo tre ore tornò a casa inebetito, sicuro di essere perseguitato non dalla sfortuna, ma da quello stecco di donna senza cuore, che voleva a qualsiasi prezzo la sua rovina.
-Ma questo non avverrà-gridò a Marietta pallida in volto per la gravità dell'accaduto -O io farò una strage, o io m'uccido!-
La moglie tentò di risollevarlo:
-Ma che dici! Non pensare a cose impossibili! Piuttosto rivolgiamoci al sindacato.-
Lei stessa il giorno dopo telefonò. Cercò di spiegare con esattezza come erano andate le cose, e il sindacalista, dall'accento meridionale e dalla cadenza lenta, rispose con calma:
-Il fatto è grave, ma non disperato. Prima di licenziare un lavoratore, dipendente dello Stato, ce ne vuole! State tranquilli, male che vada, ci saranno dei giorni di sospensione dal servizio.>>
E così fu. Con l'intervento del sindacato, Adolfo ebbe solo quindici giorni di sospensione. Ma per lui fu un affronto insostenibile, gratuito, vigliacco che scatenò la sua mania di persecuzione.
Parlava pochissimo, diventava sempre più trasandato con il passar dei giorni; usciva di casa con i pantaloni stropicciati, a volte con la zip aperta, con i capelli arruffati, la barba lunga e sporca, e non si sapeva quando tornava dai suoi vagabondaggi; spesso, mentre camminava, si metteva a gesticolare e ad urlare insulti contro la causa dei suoi guai.
Marietta si era rivolta al medico curante, chiedendogli un parere e il da farsi. Il dottor Filippi già da tempo aveva compreso quale fosse il male che affliggeva Adolfo, per cui prescrisse un calmante per lui. Poi, misurando le parole, le confidò:
-Signora, ci vuole una cura adatta; si rivolga al dottor Pasquini, che è un ottimo psicanalista. Ecco qui il suo numero di telefono. Lo può contattare facendo il mio nome. Non perda tempo, però; questo è il mio consiglio spassionato.-
Solo tre mesi prima Marietta era felice. Ora una triste sciagura si stava abbattendo sulla sua famiglia. Vedere il marito che percorreva la strada nefasta dello zio Alberto, la riempiva di angoscia. Pianse lacrime amare, a casa, di nascosto, chiusa in bagno.
Non fu necessario che si mettesse in contatto con lo psicanalista.

     L'ultimo mercoledì di maggio Adolfo camminava, come ormai era solito, solo, con lo sguardo allucinato, gesticolando animatamente contro i nemici immaginari che si accanivano contro di lui.
All'improvviso stramazzò a terra sul marciapiede di via Roma, di fronte al Parco dei Bambini. I due anziani turisti che si erano avvicinati per soccorrerlo videro che spingeva il labbro pendulo alla sinistra della bocca a scatti, mentre le narici palpitavano frenetiche; muoveva la gamba destra a compasso disegnando degli archi tra il marciapiede e la strada.
Ben presto si aggiunsero altri a curiosare. Una donna, alta e grassa, premurosa, portò una bottiglia d'acqua. Finalmente Adolfo, ravvivato da qualche spruzzo d'acqua fresca, riuscì a biascicare qualche parola:
-Le due galline mi hanno beccato. E' stato il malocchio della vacca secca. "La vita è un problema" non va più avanti e Giacomo Leopardi mi ha consigliato di lasciar perdere...-
-Chi? Che cosa?-chiese uno dei due, sbalordito, non credendo alle proprie orecchie -Giacomo, chi?-
-Giacomo Leopardi, il poeta di Recanati; mi ha consigliato di non scrivere poesie, perché non sono pane per i miei denti.-
A simili parole il viso dell'uomo fu attraversato da un lieve tremore, come se stesse per sbruffare in una risata, e rivolgendosi agli altri che si accalcavano intorno a Bellini fece capire con un dito puntato sulla fronte che il caduto era matto.
Dopo circa un'ora arrivò la moglie, giusto in tempo per vederlo sulla barella, mentre lo caricavano nell'autoambulanza.
Rimase per quindici giorni nel reparto neuro chirurgico dell'ospedale regionale. Per una settimana di seguito aveva farneticato di galline spelacchiate, vacche secche, malocchio, romanzo, poesia, e aveva ripetuto con monotonia che Leopardi (proprio lui!) lo aveva scaricato.
-Non tutti, caro Adolfo-aveva il poeta affermato in sogno - sono in grado di scrivere poesie, tanto meno un bidello come te. Da vero poeta mi sento offeso nel leggere i tuoi orribili componimenti; tale paccottiglia è da incenerire subito.-
L'ottavo giorno si era ristabilito come per miracolo, dopo che Giuseppina gli aveva accarezzato lieve lieve il viso, rivolgendogli dolci parole venate di pianto.

Nel tempo che rimase in ospedale i medici lo avevano preso in simpatia per le numerose stupidaggini che raccontava; erano molto divertiti specialmente quando egli con posa calma e meditativa parlava o meglio sparlava di quasi tutti gli insegnanti della scuola media di Variano. Gli infermieri ridacchiavano al solo vederlo. Per farlo parlare bastava che dicessero: -La preside, però...>>. Allora lui si scatenava in una sequela di contumelie e di imitazioni. Venivano ad ascoltarlo anche i pazienti delle altre stanze e più di una volta suor Maddalena era dovuta intervenire con modi decisi, ma cortesi ed affettuosi, per riportare l'ordine nella corsia dei "matti".
Era infuriato contro Leopardi. Le sue filippiche terminavano tutte con un: -Da un gobbo non mi potevo aspettare altro!-

      Finalmente a casa! Riposo per due mesi. Motivazione: esaurimento nervoso, si diceva. Ma nel certificato medico, impietoso, si poteva leggere la vera causa del lungo periodo di convalescenza: turbe psichiche dovute a psicosi maniaco depressiva.
Marietta la mattina si faceva bella per lui. Pettinava con cura i suoi capelli corvini, metteva un po' di profumo dietro le orecchie, spalmava la crema antirughe sul viso e sul collo. Sembrava ringiovanisse. Accudiva con amore alla figlia e poi usciva per fare la spesa. Gli preparava dei pranzetti squisiti e sostanziosi. Il suo Adolfo aveva bisogno di due ottimi ricostituenti: amore e cibo. Per lei la colpa di tutto ciò che era capitato al marito era dovuta a quella megera di preside, dall'aria consunta di vecchia zitella, che ce l'aveva con i meridionali, anzi con i Calabresi. Una delle pochissime volte che si era trovata a scuola aveva sentito quella, infastidita, esclamare:
-Qui, nella Padania, non c'è la 'ndrangheta!-
Capito? Era lei che aveva voluto la visita ispettiva contro il marito. Da allora il suo Adolfo era cambiato: sempre preoccupato, stanco, silenzioso, triste, depresso. E poi aveva saputo da una collega del marito che lui a scuola non scriveva più tanto, cosa che probabilmente gli aveva fatto male. Glielo avevano rovinato quell'insaziabile persecutrice e il troppo lavoro.

      Adolfo aveva proprio bisogno di riposo. Arrivava l'estate , e la cittadina diventava sempre più caotica; la vita si faceva frenetica, poco adatta per uno che era sempre sul punto di perdere del tutto la ragione. Per questo Marietta convinse il marito a tornare al loro paese natio, Sant'Onofrio.
L'aria della collina e il contatto con i parenti ed amici sembrarono in un primo tempo che portassero ad Adolfo serenità ed oblio delle paure e dei soprusi patiti. Ma non era così. Ormai si trovava sull'orlo della voragine: la sua mente si era immessa su un sentiero tortuoso che percorreva le imperscrutabili lande della pazzia.
Frequentava i vecchi amici, tra cui Michele Spadicci, il collocatore, perfetto dicitore di liriche, esperto autodidatta di letteratura. Con lui al Bar dello Sport discuteva di opere letterarie, e spesso il discorso cadeva su romanzi e poesie. Si tessevano elogi l'un l'altro, infervorati, poco badando al riso che suscitavano sulle bocche degli altri avventori.

     Un caldo e afoso pomeriggio, all'ombra di una quercia centenaria, seduti intorno ad un tavolino, davanti al bar, mentre sorseggiavano un fresco vinello, lessero brani delle loro opere. Soddisfatti degli applausi carichi di sarcasmo, si chiesero se avessero potuto pubblicare le loro opere. Adolfo, risentito per un: -Cala, cala, mastrone!>>, aggrottando la fronte, si rivolse ad un giovane universitario, Peppino, che insieme ad altri sfaccendati, a sentirli, se la spassava divertito:
-Senti, non ridere tanto; che sfotti? Noi diventeremo famosi, e allora ti inchinerai alla nostra grandezza.-
Michele avrebbe voluto dire qualcosa, per togliere un po' di esagerazione da quell'affermazione, ma la replica del giovane fu più rapida:
-Sì, sarete famosi come Tarzan e Cita.-
Una risata irrefrenabile scaturì immediata, lasciando Adolfo sconcertato e offeso.
-Ma chi sei tu che osi con tanta sicumera prendere in giro me? Chi ti credi di essere: il figlio dell'oca bianca? Tu non capisci niente di romanzi!- replicò con ira, e si alzò per sferrare un pugno al giovane.
Le cose stavano mettendosi male; la situazione non peggiorò per il pronto intervento dello Spadicci, che conosceva le battute innocenti di Peppino e che fece da paciere.
Adolfo, ferito, stravolto - le labbra tremavano a scatti, gli occhi si aprivano al massimo, le narici fremevano rapide, le orecchie si tingevano di vermiglio - si allontanò adirato, scagliando lontano la sedia, senza nemmeno pagare la consumazione.
Cominciò a camminare per le vie strette del paese, borbottando parole confuse e gesticolando in modo ridicolo come era solito fare a Variano.

      Da quel giorno Adolfo divenne oltremodo permaloso; era convinto che tutti si facessero beffe di lui, lo prendessero in giro, lo deridessero. Bastava un sorriso e lui si inalberava, aggrediva come un forsennato il malcapitato. Urlava minacce, e spesso rideva mentre lanciava le sue accuse; altre volte piangeva in preda ad ineluttabile sconforto.
Per la famiglia tutto ciò era un disonore. I parenti decisero di farlo ricoverare in una clinica psichiatrica.
Ne uscì cinquanta giorni dopo, calmo e tranquillo. Riprese anche a scrivere il suo romanzo. Andava a dare una mano, in campagna, al suo vecchio zio paterno. Spesso si fermava, come in meditazione, nel podere, ereditato e venduto, presso il pozzo della casa dov'era nato e da cui si ammiravano le distese degli ulivi e delle viti digradanti dolcemente verso il mare.

       La pioggia scendeva fitta e leggera; la terra riarsa fremeva ristorata, gli alberi bevevano avidi l'acqua fresca, finalmente gli uccelli cantavano.
Alle tre del pomeriggio, Adolfo uscì di casa con un grosso involto sotto il braccio, senza impermeabile ed ombrello. Alla moglie che gli chiedeva dove andasse rispose che sarebbe tornato verso le otto per la cena.
Ma non tornò.
Marietta aspettò fino a mezzanotte, in piedi, ad attenderlo. Poi cominciò a preoccuparsi. Mai, suo marito aveva fatto tanto tardi, era sempre stato abbastanza preciso negli orari. Ora questo ritardo la metteva in ansia; non sapeva cosa fare, non voleva gettare falsi allarmi. Aspettò ancora fino alle sei, poi piena d'angoscia, con un brutto presentimento, svegliò la suocera, che sentiti i fatti, temendo fosse successo qualcosa di irreparabile, vestitasi in fretta, si diresse di corsa alla stazione dei carabinieri a denunciare la scomparsa del figlio.
I carabinieri iniziarono le ricerche verso mezzogiorno, quando si resero conto che veramente il Bellini Adolfo era sparito, dopo che le due donne già più volte erano tornate da loro e avevano messo in subbuglio tutto il paese.
Lo cercarono dappertutto, anche nei paesi vicini: nessuna traccia. Allargarono il campo delle indagini fino al capoluogo, senza risultato.
Marietta non sapeva darsi pace: l'avesse trattenuto! Le era sembrato strano, ma aveva pensato che andasse, come era solito fare, da Michele il collocatore; forse sotto il braccio aveva i quaderni del suo romanzo; li portava sempre da don Michele, e insieme leggevano, parlavano. Ma...- e un dubbio atroce le attraversò la mente - si era accorta che mancava la fotografia sul comò. Perché l'aveva portata via? Gesù mio, perché?
E Giuseppina, a vedere la madre triste nera e a sentir la nonna piangere, frignava anch'essa piano piano con un rauco rumore di pioggia.
Le ricerche intanto proseguivano… e il sole tornava a splendere.

       Lo trovarono quattro giorni più tardi nel pozzo del podere che fu suo, presso la cadente casa paterna. Era immerso nell'acqua fredda e limacciosa, in piedi, abbracciato a se stesso, con la bocca chiusa e gli occhi sbarrati. Appoggiato al bordo del pozzo aveva lasciato un cofanetto. Quando lo aprirono videro la fotografia: la moglie e la figlia sorridevano con un velo di tristezza negli occhi. Dietro la foto aveva lasciato questo messaggio: perdonatemi. Chi aprì il grosso manoscritto poté leggere a pagina 5914 la scritta in rosso: scadenza della vita; si chiude la vita, si apre la morte.
(Angelo Taraschi)

 
Il cagnolino del professor...
Io ed Elvis
Per quanto mi sforzassi non capivo perché mi stesse portando così lontano da casa, e in quel posto sperduto poi ...
Aveva un’espressione strana, assente ...come la mia, per dirla tutta, quando mi beccavano a mangiucchiare le scarpe che trovavo in casa ...Cavolo, ero un cucciolo ...Dovevo pur giocare in qualche modo, no ??
Mi sarei accontentato di un osso di plastica e non avrei rotto le balle a nessuno ma mai che si preoccupassero dei miei bisogni ....
Lo ricordo come fosse ieri :  all’improvviso il mio caro padrone fermò il suo bolide , una vecchia cinquecento testa rossa fiammante, e mi ordinò di scendere.
Pensai per un momento che volesse contemplare insieme a me lo splendido tramonto sul mare, e magari farmi qualche carezza com’era accaduto in passato ...ma lui non scese, partì a razzo lasciandomi lì solo ....
Forse voleva solo mettermi alla prova pensai ....Il mio padrone aveva visto un casino di volte "Lassie torna a casa " e probabilmente voleva vedere se anch’io sarei riuscito a ritrovare la strada di casa come quella cagna d’attrice ...
No, non ci riuscii ...e da quassù, mentre Elvis col suo bel ciuffo canta le sue splendide canzoni, posso soltanto dirvi una cosa: ho perdonato il mio padrone, mi fa pena ....costretto a portare quel pesante fardello chiamato rimorso per il resto dei suoi giorni...
Canta Elvis, canta per me.
(Carlo Bramanti)


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