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Preambolo a trent’anni di scuola
Ho ricevuto molte lamentele,
critiche forti e volgari rimbrotti
da parte di chi a non veder s’ostina
come la scuola alla deriva vada.
Con una storia rispondo ai richiami
dei tanti ipocriti e dei vari illusi.
Non abbiatevene a male se il vero
dico e se scomode cose racconto.

Trent’anni di scuola
1
Dicono molti ch’io malvolentieri
la professione svolga d’insegnante;
ma come questi siano poco seri
con sincerità vi spiego all’istante.
Già da quando ero preso dai misteri
della vita e le ansie erano tante
tra i banchi del liceo sgorgò il pensiero
che mi tracciò del futuro il sentiero.

2
Trascinato dall’onda del sapere,
assecondai l’intima inclinazione
e senza questo slancio trattenere
mi dedicai alla bella professione.
Felice mi potevo ritenere
d’aver trovato una sistemazione.
Al denaro non avevo pensato
fino al giorno in cui mi sono sposato.

3
Fino ad allora insegnai con passione,
ma per il basso stipendio indignato
di lasciare pensai la professione.
M’iscrissi con molti altri al sindacato
per migliorare la grama situazione:
ridicolo e pietoso il risultato.
Per il fallimento giustificare,
di missione si cominciò a parlare.

4
- L’insegnamento è una grande missione -
in giro si diceva infervorati.
- Adatta a pochi è questa professione -
Aumentavano intanto gli arruolati.
- Da voi lontana la rassegnazione,
dal sacro fuoco siate stimolati!-
Son trent’anni che questo sento dire,
e sempre vedo i docenti intristire.

5
- Perché mai sei rimasto e ti lamenti?
Del tuo modo d’agire son perplesso -
- Non è facile cambiare gli eventi:
di malavoglia accettai il compromesso,
per evitare altri e maggiori stenti.
E ricorda, se ti sembro un po’ fesso,
cosa sopportar devi nella vita,
se viver non vuoi come un cenobita -

6
Intanto la scuola si trasformava:
arrivavano le pseudoriforme,
dei docenti lo status peggiorava,
bussavano alla porta grandi torme
di gente che un posticello cercava.
La scuola parcheggio divenne enorme,
degli insegnanti l’impreparazione
la pubblica solleticò opinione.

7
Da Torino si diffuse a Tropea
che guadagnassero i docenti molto;
mai smentì il sindacato la nomea,
anzi il corpo insegnanti stimò incolto,
e insieme coi politici in trincea
lo spedì dove in breve fu travolto.
In cambio ottennero i docenti il posto,
ma ancora aspettano il promesso arrosto.

8
Posto donato, rimedio trovato:
lavorar poco e guadagnare meno;
tale il frutto del patto con lo Stato.
E benché il carrozzone sia strapieno,
alla mendica orda ricetto è dato;
tanto si va avanti con lo stesso treno:
invece di uno, paghiamone due,
tanto l’insegnante è un placido bue.

9
Negli anni Ottanta s’iniziò a parlare
di professionalità dei docenti.
Da professionisti potete osare
chiedere degli aumenti consistenti,
e se no vi dovete accontentare
di prendere ancora botte sui denti.
Non eravamo già professionisti?
Signor no! Soltanto poveri cristi.

10
E il sindacato che cosa faceva?
Sul fuoco soffiava del malcontento,
incapaci intanto ci dipingeva;
da una parte gridava: - Aggiornamento!-
e dall’altra soldoni prometteva.
Si dimostrava perfetto strumento
in mano ai politici manovrieri,
che cambiano oggi le promesse di ieri.

11
- Il fatto è che i docenti troppi sono
e non bastano per tutti i quattrini.
Frignate, ma non rifiutate il dono;
ve la spassate, cari poverini,
e sfacciati pretendete anche il buono.
Provate a fare, se vi va, i facchini. -
- Sì, molti siamo, non per colpa nostra,
ma della irresponsabilità vostra. -             prosegui
12
Alleati vi siete coi governi,
o di governare avete presunto;
e per apparir sempre più moderni,
le casse dello Stato avete munto,
scarso latte a tutti dando materni,
pur vedendo l’insegnante consunto.
Accresciuto voi avete la clientela,
e mai s’è fermata tale sequela.

13
Quando le schede di valutazione
ricordo, un senso di nausea m’afferra;
burocrati scribacchini in azione
eravamo, reclusi nella serra
del risaputo, da improvvisazione
incalzati, a giudizi terra terra
aprivamo l’alacre nostra mente,
scrivendo cose dal sapor di niente.

14
Il ridicolo negli anni Novanta
è stato raggiunto con il "gradone",
con cui finalmente il docente canta
vittoria e lieto plaude all’invenzione
del sindacato che di lodi s’ammanta,
quando ai governanti presta il bastone
e mostra agli insegnanti la carota,
mentre essi fessi lo seguono a ruota.

15
Gli stupidi corsi d’aggiornamento
a gran voce dall’IRRSAE perorati
si dimostrarono vano strumento
anche con l’apporto dei sindacati.
Subirono i docenti tal tormento
da una pagnotta più grossa allettati;
sorbirsi dovettero falsi esperti,
perfino nella grammatica incerti.

16
Intanto le fatidiche parole:
dedizione, professionalità,
missione sgorgavano dalle gole
dei soldati della precarietà,
che inseguivano le fallaci fole
della novella sussidiarietà,
al gratuito anelando e certo posto,
ottenendo di converso l’opposto.

17
Han regnato negli ultimi trent’anni
il disordine ed il pressappochismo;
a poco è servito cambiare i panni
alla scuola con furbesco cinismo.
I docenti irretiti dagli inganni
pezzenti illudono il professionismo.
Visto avete mai come gli insegnanti
si portano? Da veri mendicanti.

18
E poi si chiamano professionisti,
(se trascurano persino se stessi!),
diventando ludibrio di teppisti,
che nella scuola aperta sono ammessi
a tormentare gli stessi lassisti
dell’Educazione gli eletti messi.
Non guasterebbe un po’ di coerenza
a gente portatrice di sapienza.

19
Lamentano la propria condizione,
ma per cambiarla poco o nulla fanno;
in pacifica attendono inazione
che qualcuno tolga loro l’affanno,
anche se si tratta d’un imbroglione.
E’ sufficiente sventolare un panno
che subito da grandi creduloni
ansiosi rincorrono le illusioni.

20
In un circolo vizioso noi siamo:
desideriamo uno stipendio giusto,
ma aumentare le ore non possiamo,
perché in troppi ci abbiamo preso gusto.
Da tale situazione non usciamo,
se con cura non piantiamo l’arbusto
della correttezza professionale
e non sfoltiamo audaci il personale.

21
Perché finalmente uno sia pagato,
e non due con la medesima somma;
e che riconoscimento sia dato
a chi d’incapacità non s’aggromma.
Molti nella scuola hanno soggiornato,
e tutti se ne sono accorti: insomma
non si risolvono i vecchi problemi,
accettando di passare per scemi.

22
Dopo trent’anni, come ben vedete,
la scuola si ritrova in cattive acque;
e spegnere non può l’ardente sete
il popolo educatore che tacque,
fiducioso delle promesse viete;
del tempo libero si compiacque,
or si duole strillando ai quattro venti
che l’Istruzione è in balia di dementi.


Endecasillabando
Bella sappi che tu tanto ci manchi.
Ornata con gioielli luminosi.
Rosse le tue gote, i denti bianchi.
Seni rotondi così vigorosi.
Eretta tua figura tra li banchi.
Lasciavi che noi fossimo golosi.
Ludiche bestie, retrocessi branchi.
Avidi s’era dei guardi tuoi gelosi.

Donna, a malapena ci vedesti.
Orba, altezzosa, nei meandri persa.
Mia musa, quando tu nuda ti vesti.
Esterna lo spirto tuo com’aria tersa.
Non lesinar ai nostri cor sì mesti.
I tuoi sorrisi con quell’aria sversa.
Concedici la grazia dei tuoi gesti.
Onora almeno quest’anima c’ho persa.
(Domenico)
Omaggio al poeta
Io sì che m’illumino d’immenso,
Quando faccio la faccia da melenso,
Io sì che m’illumino d’immenso,
Quando io mi lodo e poi m’incenso,
Io sì che m’illumino d’immenso,
Quando faccio un sugo troppo denso,
Io sì che m’illumino d’immenso,
Quando ammiro lui…Camillo Benso,
Io sì che m’illumino d’immenso,
Quando tifo per Lucia e non per “Renso”
Io sì che m’illumino d’immenso,
Quando per baciarti chiedo 'l consenso,
Io sì che m’illumino d’immenso,
Quando sento un profumo intenso,
Io sì che m’illumino d’immenso,
Quando la rabbia nel mio cuor addenso,
Io sì che m’illumino d’immenso,
Quando ciò che scrivo ora… non ha senso,
Dico STOP! a sti vocaboli a nolo
…che l’immenso s’illumini da solo!
(Domenico)
 
Sfrigolano le stelle
Sfrigolano le stelle sul pane fresco delle mie ore
mentre in onde il grano
m'affoga di cielo
e fiorisco nel volo degli uccelli
parlando con l'eco
gridando vallate
frantumandomi il volto
nella danza sincopata dei semafori metropolitani.

Un miglio d'oro mi legge la carne
misurando in numeri vuoti
la corsa del mio respiro
la danza stanca del mio sguardo
e nella coppa delle mani
si versa la notte che bevo
come un'acqua d'oblio.

Si schiude la mia bocca in petali al mattino.

Sul duplice urto del giorno e della notte
mi scorre nelle vene l'acqua del mare,
ed i miei sogni sono ali di corallo
correnti d'alghe
ed il gracidare delle rane.
(Emiliano Laurenzi)
 
Binario
Binario,
parallelo,
verso un futuro che non vuoi,
che ti dice,che qualcosa è finito,
è ora di tornare,
di partire;
binario arrugginito
e ferroso,
pieno di neve;
il treno arriverà,forse,
oppure no,
col suo solito ritardo;
e tu nella sala di aspetto,
quadrata ,
grigia,
le piastrelle polverose,
passa lo scopino,
che fa finta di pulire
qualcosa;
qualcuno telefona,
qualche altro sbuffa,
chi maledice i treni,
chi pensa al ritardo;
e tu che vorresti non far partire,
la persona,
vorresti fermarla,
portare indietro le lancette;
poi finalmente ecco il treno,
massiccio e sferragliante,
si ferma,
la persona sale,
e vorresti andartene con lei,
scappare via;
la saluti con la mano;
poi il treno si muove,
e diventa sempre più piccolo
all’orizzonte;
e diventa piccolo ,
un punto che si confonde col cielo;
è andato,
finito,
partito;
e il tuo cuore piange un po’
di dentro;
e senti solo,
la tristezza,
d’un arrivederci,
ed è di nuovo,
la tua vita.
(Stefano Medel)

Apri gli occhi nervosi,
senti fuori,
le macchine
passare;
e lentamente,
esci,
dal
tuo mondo
di sogno,
dove tutto è possibile,
e la realtà
è
lontana;
nei meandri
dell’incubo,
dove c’è tutto ed il contrario,
non vorresti,
più tornare,
al vero
del giorno.
(Stefano Medel)

Ombre
Residue,
resti della
notte,
oblio notturno,
che svanisce,
mentre
si fa giorno,
lentamente,
non c’è sole,
tutto tace,
mentre
incomincia la mattina,
e la notte,
vola via.
(Stefano Medel)

Parigi di notte,
mille falene ,
nella notte,
lumini,
e fari che frugano la capitale;
Campi Elisi,
pieni di auto,
con l'arco di trionfo,
addobbato per la notte;
e
le code,
infinite,
delle macchine,
che si fannos trada,
tra i bar,
i bistrò,
verso al torre
di metallo;
svettante,
nel buio,
rischiarata da
palesamenti,
e da festoni elettrici;
Parigi;
coi suoi misteri,
il suo eterno,
intramontabile romanticismo;
Parigi,
Paris;
dove gli amori,
iniziano,
o finiscono,
dove sei già verso il centro Europa,
ma non tanto;
dove il paese,
enorme,
non finisce mai;
mai;
e ti senti cittadino d'Europa.
(Stefano Medel)

La vita gira
È la vita,
che tutto,
gira,
girano le scatole,
girano i pianeti,
e tutto gira,
girano i giorni,
dove tutto inizia e finisce in fretta,
e il bello,
stà nell’attesa,
nel desiderio;
stà negli attimi presenti,
nella felicità del momento,
nel vivere alla giornata,
ma la vita,
fugge lo stesso;
che ci pensi o no,
che ti frega o no;
e qualcosa devi fare,per
te,
per te,
sognare,
pensare,
avere
un idea da realizzare,
cose da fare,
momenti
da gustare;
cercando la felicità,che avevi
una volta;
che è svanita con l’età,
ma era meglio,
era meglio
allora;
meglio di tutto questo,
da cui stai fuori,e basta.
(Stefano Medel)

,
tutto
và,
prima
o poi;
vanno,
i tuoi anni verdi,
i tempi della
scuola,
la campanella,
l’odore
della carta,
e dei libri;
vanno
i tuoi anni,
e sei già grigio,
il tempo scappa,
non puoi perdere
tutti gli autobus,
attento,
il tempo scappa.
(Stefano Medel)

Festa,
festa,
dammi
un po' di festa,
natale del cavolo,
che arrivi presto,
e poi,
voli via come un treno;
festa,
dammi
un a risata,
dammi,
lo sguardo d'un bambino,
la sua voglia di ridere,
festa,
dammi
qualcosa
di nuovo
nella
mia
vita,
festa,
festa,
dammi
qualcosa,
almeno;
un ricordo
(Stefano Medel)

Giorno di pioggia,
adesso non cade;
nuvole tristi,
maligne,
cattive;
giorno
d'autunno;
forse pioverà,
tra poco,
a momenti;
forse;
forse;
il sole dov'è,
un ricordo;
tutto sa di sonno,
di letargo;
campi sfioriti,
piante tagliate,
grano,
scomparso tempo fa;
la terra fangosa,
di malta;
autunno,
autunno.
(Stefano Medel)

Egitto,
terra senza tempo;
radici della storia,
secoli del tempo,
che ha corroso,
la maestà;
e restano rovine gigantesche,
ma rovine.
(Stefano Medel)
 

Dissolvenza notturna
Buio,
cappa
nera,
un velo
scuro
fuori;
le persiane
chiuse;
non
senti,
che il nulla,
dissolvenza,
notte,
presto,
avrai
il riposo.
(Stefano Medel)

Poesia
Poesia,
un verso,
che escono,
dal di dentro,
quando stai male,
quando soffri in silenzio,
e non puoi dirlo;
quando resti troppo solo,
e non ti rimane niente;
quando tutto è finito,
e i giochi sono andati,
la festa si è spenta;
e tu,
hai i capelli grigi,
e sai che i vecchi tempi,
sono andati,
e non torneranno più;
e gli anni volano,
con la tua vita,
le tue cose,
e tutto cambia,
troppo in fretta,e non vorresti;
e allora nella poesia,
scrivi di tutto,
del tuo dolore,
del mondo che cambia,
della tua vita che và male,
o bene ,
dell’esistenza,
che continua,
e non si ferma mai.
(Stefano Medel)

Un milione
Di anni fa,
la scuola,
ed i banchi,
e poi la campanella,
un milione
di anni fa,
che ti sei perso,
era meglio
la scuola,
certo;
un milione
di anni fa;
se avessi saputo,
il futuro,
con
le sue fregature,
un milione
di anni
fa,
era meglio,
che stare qua.
(Stefano Medel)

Notte,
senza
fne;
gli occhi
si
chiudono,
cercando
i
ristoro,
il
sollievo
del
sonno;
mentre
vorrei
fuggire
verso
mondo
solo
miei;
non voglio
altro,
che pace,
quiete;
il
brillio
formicolante
della
luce;
i pensieri,
sospesi.
(Stefano Medel)

Stanzina,
piccolo mondo,
rifugio,
riparo;
dove mi barrico contro
un mondo troppo brutto,
dove sfuggo,
alla malvagità della gente,
dove cerco di avere,
momenti solo per me.
(Stefano Medel)

 


Invia i racconti e le poesie e subito saranno pubblicati!



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