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Per gli studenti
Sono sempre pronto a imparare. Però non mi va che qualcuno mi insegni. (Winston Churchill)
Per gli insegnanti   
L’unico periodo in cui la mia educazione si è interrotta è stato
quando andavo a scuola. (George Bernard Shaw)

Per studenti ed insegnanti
Il letto è il posto più pericoloso del mondo: vi muore l'ottanta per cento della gente (Mark Twain)

Professori in riunione
Ci sedemmo dalla parte del torto dato che tutti gli altri posti erano occupati.
(Bertold Brecht)

Per gli insegnanti paurosi
Se un Uomo non è disponibile a correre qualche rischio per le proprie idee,
o le sue idee non valgono nulla, o è Lui che non vale nulla.
(Ezra Pound) 
 

Il “gioco del calcio”
Ovvero come imparare in modo piacevole e divertente

Da tempo coltivavo l’idea di scrivere un trattatello pedagogico, magari sotto forma di romanzo breve, oppure un resoconto dettagliato, o quantomeno un articolo, per provare a documentare e descrivere minuziosamente, ma soprattutto a rielaborare sul piano della riflessione teorica, un’esperienza pedagogica senza dubbio originale (per cui ne rivendico l’esclusiva), concepita ed affinata nel corso della mia carriera professionale.
Mi riferisco ad un’invenzione metodologica alquanto personale che ha arricchito e perfezionato in termini di efficacia creativa l’azione didattica quotidiana, ottenendo riscontri educativi indiscutibilmente apprezzabili, talvolta persino eccellenti. Infatti, ovunque sia stato sperimentato, questo sistema pedagogico alternativo ha registrato reazioni favorevoli, entusiasmando gli alunni delle varie classi in cui è stato introdotto.
L’enorme successo di questa tipologia didattica si spiega in virtù del suo carattere ludico che la rende assai piacevole e divertente. E’ una tecnica utile e funzionale soprattutto per la memorizzazione delle tabelline, ma può essere impiegata in modo proficuo anche per l’apprendimento di contenuti attinenti ad altre discipline del curricolo formativo.
Pertanto, i principali destinatari di questa metodologia di insegnamento ludico sono gli alunni della scuola primaria in età compresa tra gli 8 e i 10/11 anni al massimo, cioè a partire dalla classe terza della scuola (ex) elementare. Ma nulla vieta di ricorrere a questa tecnica anche in una classe iniziale della secondaria di primo grado (ex scuola media), laddove l’insegnante di matematica registri la necessità di consolidare l’apprendimento delle tabelline nell’eventualità (ovviamente deprecabile ma frequente) che qualche alunno accusi gravi insufficienze, ritardi o lacune, oppure (l’insegnante) ritenga opportuno insistere su altri argomenti e cognizioni che risultino deboli o carenti.
Il meccanismo del gioco è molto elementare ed è facile da comprendere e rispettare: il regolamento si riduce a poche, semplicissime regole mutuate dal gioco del calcio che sono applicate nel contesto della classe. Non è un caso che si chiami “gioco del calcio”.
Anzitutto si procede alla rappresentazione grafica sulla lavagna (in alternativa su un foglio da disegno) del “rettangolo di gioco”, corrispondente alla forma rettangolare di un campo di calcio: basta disegnare una figura comprendente alcuni elementi essenziali quali le metà campo, le aree grandi e piccole, le porte e i calci d’angolo, inserendo in ogni metà campo una sequenza numerica da 1 a 3. Come si può desumere, già nella fase preparatoria del gioco si presentano alcuni esercizi operativi molto utili per l’assimilazione di nozioni di geometria piana, nella fattispecie sugli angoli e i rettangoli.
Le gare si possono disputare individualmente, oppure dividendo gli alunni in piccoli gruppi. La scelta della formula migliore (tra sfide individuali o a squadre) è dettata ovviamente da ragioni di utilità e convenienza, talvolta da necessità contingenti, che sarà l’insegnante a valutare in modo opportuno e costruttivo nelle varie circostanze. La mia esperienza personale mi ha indotto a preferire lo schema delle dispute individuali piuttosto che a squadre, rinunciando saggiamente ad allestire tornei a gironi eliminatori, onde evitare di innescare eccessive spinte agonistiche rischiando di esasperare gli animi.
L’insegnante svolge mansioni arbitrali e rivolge ai bambini le domande relative alle tabelline della moltiplicazione. Ogni tre risposte esatte consecutive date da uno dei due alunni concorrenti, si realizza un goal. La gara si conclude nel momento in cui uno dei due avversari segna il maggior numero di goal. Sarà l’insegnante a fissare, a propria discrezione, il termine del confronto. Per esperienza suggerisco un limite massimo di 3 goal, così da accelerare i tempi delle sfide e consentire a tutti i bambini di parteciparvi.
Mi permetto di esortare i colleghi (che dovessero decidere di adottare nel bagaglio della propria esperienza questa soluzione didattica-metodologica che, ripeto, ha dato luogo a risultati molto validi ovunque sia stata applicata) ad usare molta attenzione per evitare eventuali contraccolpi o scompensi sul piano psicologico ed emotivo, da parte degli alunni, eccitati magari dall’ansia o dalla tensione agonistica esasperata, derivante dalla competizione. Lo spirito che anima le gare tra i bambini, deve essere gestito e circoscritto il più possibile nell’alveo di un clima sereno ed equilibrato di sana sportività.
Aggiungo alcune considerazioni finali concernenti un aspetto che è di indubbia rilevanza.
Un metodo di insegnamento ispirato a scelte di carattere ludico-creativo non può mirare esclusivamente al perseguimento di specifici traguardi cognitivi fissati dall’insegnante, che sono innegabilmente preziosi, ma deve cercare di impostare e promuovere una finalità indubbiamente superiore che rientra in una sfera pedagogica più generale, vale a dire in una dimensione metacognitiva. Mi riferisco all’acquisizione di requisiti assolutamente indispensabili alla maturazione di una sana e corretta socializzazione e all’interiorizzazione di norme condivise, in quanto presupposti ineludibili per un processo di educazione alla cittadinanza e alla convivenza democratica, che costituisce il fine supremo di una scuola che “naviga” nella complessità del mondo contemporaneo.
Lucio Garofalo


Democrazia e scuola 

Da almeno un decennio la Scuola Pubblica, in modo particolare l’agibilità democratico-sindacale e gli spazi di libertà e legalità presenti al suo interno, stanno subendo colpi durissimi, inferti dai governi sia di centro-sinistra che di centro-destra.
Con l’istituzione della cosiddetta “autonomia scolastica” e poi con l’applicazione della legge n. 53/2003 (meglio nota come “riforma Moratti”), è stata sancita ed eretta una struttura oligarchica e verticistica contrassegnata in modo autoritario. Di fatto si è instaurata una profonda divisione di ruoli gerarchici nel quadro dei rapporti umani e professionali esistenti tra le varie categorie dei lavoratori della scuola.
In particolare, all’interno del corpo docente si è determinata una netta disparità di redditi e funzioni, non sempre rispondenti a meriti reali, a qualifiche professionali o a specifiche competenze tecniche di valore, attivando un processo di aberrante mercificazione della funzione didattico-educativa e di crescente, maldestra e volgare aziendalizzazione della Scuola Pubblica, degli ordinamenti e delle relazioni sociali al suo interno, strutturate sempre più in termini di comando e subordinazione, logorando e pregiudicando sempre più la democrazia collegiale, ormai quasi inesistente.
Negli ultimi tempi è stato possibile sperimentare come l’avvento della “autonomia scolastica” e l’attuazione della succitata “riforma Moratti”, non hanno sortito esiti apprezzabili in termini di apertura della scuola verso le reali esigenze del territorio.
La mera formulazione giuridica dell’ “autonomia” non ha stimolato le singole scuole ad esercitare un ruolo incisivo e trainante, di intervento critico-costruttivo e di promozione culturale rispetto al contesto socio-economico e politico di appartenenza.
In tanti casi, le istituzioni scolastiche ribattezzate come “autonome”, hanno assunto una posizione subalterna verso i centri di potere presenti nelle varie realtà locali, e mi riferisco anzitutto alle Pubbliche Amministrazioni, assolutamente incapaci o restie a supportare finanziariamente un arricchimento della qualità dell’offerta formativa delle scuole.
A tutto ciò si aggiunga un progressivo imbarbarimento dei rapporti interpersonali, sindacali e politici tra i lavoratori della scuola, in quanto questa è diventata il teatrino di sempre più estese e laceranti conflittualità. Questi fenomeni di disgregazione sono una conseguenza prodotta proprio dalla tanto celebrata “autonomia”, nella misura in cui tale provvedimento normativo non ha generato un assetto organizzativo stabile, equo, efficiente, ma in moltissimi casi ha suscitato solo confusione, contrasti, assenza di certezze, violazione di regole e diritti, sia sindacali che democratici, favorendo comportamenti furbeschi, autoritari ed arroganti, ed esasperando uno spirito di competizione per fini venali e carrieristici.
In tali vicende sono innegabili le responsabilità storico-politiche dei precedenti governi di centro-sinistra, che hanno intrapreso un’azione demolitrice della Scuola Pubblica e della democrazia partecipativa al suo interno, per cui l’attuale governo ha avuto gioco facile nell’infliggere il colpo letale alla Scuola Pubblica e al diritto costituzionale all’istruzione, in virtù della pseudo-riforma legata al nome della Moratti.
In tal modo lo stato di palese disorientamento e di sfascio, già diffuso ed avvertito nella realtà di tante scuole, è aumentato.
Il clima di caos, di assenza di regole, di crisi delle norme democratiche e sindacali, è destinato a crescere, aggravando le contraddizioni interne al mondo della scuola.
La signora Moratti ha allestito un vero e proprio baraccone, ha costruito un contenitore enorme ma vuoto, privo soprattutto delle risorse umane e finanziarie necessarie, visti i tagli di cattedre e di fondi previsti per i prossimi anni scolastici.
Non intendo annoiarvi oltre, per cui vi saluto con una sincera esortazione a resistere, benché la nausea e lo sconforto tendano a prevalere.
Lucio Garofalo



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