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Si prevede una grossa scocciatura. |
Lei parla di frecciate, tutto afflitto; quali frecce, che frecciate d’Egitto! Lei dovrebbe soltanto stare zitto. Per screditarmi una lettera invia, in cui disonora l’opera mia - Onta, disonore e stupidità, è assente l’ironica ilarità. Povera scuola, come sei scaduta, dietro a ‘sti tizi dall’aria saputa! Ormai vige lo sfrenato arrivismo, ammantato di subdolo buonismo, di zelante imbevuto dirigismo a governare la sfiancata scuola morsa da cani senza museruola. Qui non alberga più la dignità, aumenta invece la volgarità nei disdicevoli strilli assordanti che percuotono impuniti gli astanti: - E’ costui una vergogna per la scuola - (Diventata sempre più mariuola; ce l’ hanno, se non l’avete capito, col Factotum dalle frecce colpito). - Voi fate questo casino, (indecenti!), in discordia per mettere i docenti - Il sommo riprende Capo abbuffone: - Danno alla scolastica Istituzione, dove lui lavora (con devozione), fa, non al singolo che va via - (senza dar spiegazione a chicchessia) Costui con frasario di basso alloggio della sua cultura dotta dà sfoggio: - Ma che cazzo ci sta a fare qui, lui, (rispetto non ha delle orecchie altrui) quando bussano alla porta insegnanti mille e mille, (sempre più mendicanti)? - All’appropriato attacco inusitato risponde affannato il malcapitato, scambiato per un fiorato pitale: - Prego sia messo a verbale l’atteggiamento offensivo, (molto diseducativo) sia diretto che indiretto (non ancor s’accenna al retto) sugli uomini e mezzi uomini - (erano un tempo condomini). Strida l’aere lacerano acute, brividi percorrono la mia cute, di frementi proteste apportatrici, non contro le stanziali meretrici, ma contro il prode professor offeso che ancora all’evidenza non si è arreso. - Sto parlando, non sono un imbroglione! (ma a volte ti comporti da coglione) Ho la lettera al Preside inviato, e al Provveditore per conoscenza, (d’esser ti ritieni un pozzo di scienza) per smantellare il piano manovrato - Uhhhhh uhhhhh uhhhhh uhhhhh Frastornati da urli son gli uditori, della rissa involontari fruitori. Laceranti espressioni invereconde mugghiano simili a forsennate onde. - Lasciatemi finire! Io non vi ho mai interrotto! (Qualche volta stai a sentire, cerca di non far motto) Se potessi gentilmente esprimere il mio parere …- (Di coscienza impara a fare l’esame tutte le sere) Ora si scatena la Bionda, e strilla mentre l’occhio del Capuccio scintilla: - Non so come va a finire. Io mi rivolgo al tribunale - L’atmosfera è saturnale, e la cosa è subnormale. Siamo normali? Mi chiedo perplesso: la storia risulta più adatta al cesso. Essere vorrei un cavallo e nitrire, piuttosto che la diatriba sentire. Falso, non falso, non vero, vero! Aleggia sul Collegio il mistero. - Fatemi parlare, non m’interrompete; lasciatemi fare ciò che mi compete - - Uhhh, uhhh, taci, zitto! - Pignolo ormai è fritto. - Gentilmente chiedo (ma non vai in congedo?) al Capo d’usare (c’è il fio da pagare) toni più gentili (siamo noi civili) nei confronti miei (patetico sei). Sopportar non posso (se no, vedi rosso?) affronti cotali (davvero tribali) - implora lo spaccamonti che stenta, lui!, a replicare alle contumelie amare. Il professor Solerte è sbrindellato, minutamente a scaglie tagliuzzato, fatto a fette avanti al Collegio ingrato: silenzioso, gaudioso?, nauseato? Infieriscono Abbuffo e la Biondona, lanciando parolacce da battona. Distinti signori, che sia finita, chiudiamo la questione incancrenita! E invece la baraonda perdura implacabile fuori di misura: - Lei si comporta come un gesuita; molta gente avrebbe al rogo mandato, se stato fosse nel Seicento andato - Nell’odierna riunione il linguaggio, raffinato come a Calendimaggio, del trivio ci propina un dolce assaggio; i termini ricorrenti che sibilano tra i denti sono: cavoli, casino, (tipici per un burino) mezzi uomini, stronzo, cazzo, (prescelti fiori del mazzo) coglione, culo rotto. Il Collegio è tutto cotto. - Tu sei falso, bugiardo e ti denuncio - E’ il buon Perto che ora sbotta, e ripete: - E qui ti denuncio! E qui ti denuncio! (Son successe cose che non sapete!) Di fronte a tutti ti puoi vergognare - (E’ solito dei colleghi sparlare) Al bersagliato non si fanno sconti. Infine, dice, attaccato da più fronti: - C’è un accanimento nei miei confronti - (Molta acqua è scivolata sotto i ponti) Oh, gran bontà de’ professori antichi, un tempo non eravate impudichi. Mai eravamo caduti tanto in basso, ho la bocca amara, l’animo lasso. Tuona ancora il fervido Bracalone: - Son contento d’andar via! (qual disgrazia, mamma mia!) Tutto è stato fatto in base alle norme (c’è voluto certo uno sforzo enorme) nel rispetto della legislazione - Spinge a fondo lui acuto il coltello nella carne di colui che ti spacca il capello. E’ Maramaldo novello? Un sospiro triste espello. Chi la fa l’aspetti è scritto tra i grandi detti. Ti sei divertito a fare dispetti, adesso ingoia i rospetti. E’ la legge del taglione: tu mi dai del cialtrone, io ti squarcio il polmone. Siamo nella merda fino alla gola, e non trovo nulla che mi consola. S’inneggia alla professionalità, ma intanto aumenta la precarietà della nostra etica professionale per borbottio scambiata viscerale. Dopo confusione tanto sguaiata, chi mai riattacca la serenata? Ma il Leguleio! che insiste nel citare le alte ragioni del suo gran daffare. Parli, parli, e mai non smetti, perché ripeti i concetti? Non andare a briglia sciolta, stai zitto una buona volta! Di cacca oggi abbiamo largo uso fatto; entusiasti del suo odoroso impatto, ce la siamo scagliata con passione in faccia, in onor della professione. Povero me, cosa tocca ascoltare! Vorrei nel bosco fresco passeggiare e non essere immerso in tal pantano d’insolenze, bassezze, interessi nascosti, (e dire che siamo tanto composti!) malignità, grettezze da studio freudiano. Questa volta abbiamo toccato il fondo, così qui vanno le cose del mondo. |
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Più non abita qui
la meraviglia, delizioso luogo di parapiglia; gli strilli son consueti e le lagnanze che stentoree insonorano le stanze dell’eminente scuola nostra media insonne spettatrice di tragedia. E’ triste, ma divertente, vedere come gli eccelsi uomini del Sapere nuotino in mezzo al mar della scemenza, solcando le alte onde dell’incoscienza. Tutto inizia col pedante verbale delle idiozie centro trasfusionale. Con soporifero ritmo vien letto mentre qualcuno s’affila il trincetto. Mescolare la solita pappetta offre l’antefatto della macchietta, che a recitare s’appresta il Collegio alla professione apportando spregio. Invitati sono i preposti vari a presentare i loro commentari. Primo comincia Pignolo Banzai della scuola tremendo samurai: legge dell’operato suo il rapporto pel futuro rinnovo passaporto. Elenca deciso le cose fatte, palpitante il cuore d’orgoglio batte. Ma anche gli altri con risoluto piglio vanno avanti a dipanare il groviglio delle importanti funzioni obiettivo che hanno svolto in modo superlativo. E’ tutto perfetto, professionale; qualcuna si lamenta, irrazionale; tutti celebrano il loro lavoro, inneggiando al greve superlavoro, pagato poco e non riconosciuto, pertanto il rinnovo va riveduto. Minacciano di non ripresentarsi: è una manovra per meglio quotarsi? Noi vediamo che sono sempre pronti dopo qualche giorno a rifare i conti. E colui, che afferma d’aver ragione, perché di sé ha gran considerazione, non riesce a capire il comportamento dei colleghi inclini all’incazzamento. -Astro nella notte sono fulgente, luminosa guida per il discente; delle vostre magagne analista, del sindacato fido avanguardista; portabandiera d’ogni novità, insonne alfiere nelle asperità della onerosa prassi educativa verso cui sempre ebbi attrattiva. Voi che le leggi non sapete affatto, sovente mi date del mentecatto; tutto conosco e mantengo sott’occhi, anche se spesso combino pastrocchi. Preciso sono e con slancio lavoro, ma concesso mai m’è stato l’alloro. Da tempo ritengo d’aver ragione, e ad esser prolisso ho la vocazione - Invero questo lo pensano in molti, colti, dai consigli d’Egeria avvolti. Esatto come atomico orologio accende la miccia il nostro Barbogio. Per l’etere fuggono le parole, cariche d’ira e vuote come fole. Corbellino, grande assente nomato, il barile subito ha scaricato; ma poi, dell’affermazione pentito, ad amare il prossimo porge invito. Si dimena, urla, col cuore difende colei che anche i suoi poteri si prende. Spuntata è la tua spada, Corbellino, a chi non merita non fare inchino; con la retorica non si comanda, né, tocco, mal s’elude la domanda della collega che la rissa infiamma e che allo scoperto porta il tuo dramma. Stufi sono i docenti di sentire le beghe vostre, gli alterchi sopire; vedere il bianco diventare nero, sopportare della scuola il Nocchiero. Cari colleghi, passate in rassegna il motto”Chi sa fa e chi non sa insegna” e poi, chissà, vi ridimensionate e il lavoro degli altri rispettate. Non finisce ancora la baraonda; nel Collegio furoreggia la fronda. Incandescente diventa il finale, con un tocco molto professionale: i maestri a casa vogliono stare già dal dieci giugno a riposare; previsto non è dal loro contratto essere costretti a pulire il piatto: a scuola rimanga chi di dovere e se lo prenda pure nel sedere. Il povero Capo senza bastone ricorre irato alla riprovazione: -Ingovernabili siete e arroganti!-, gli Educatori non hanno attenuanti; per questo, furbi, zitti se ne stanno, ma stavolta scendono dallo scranno. |
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