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Collegi dei Docenti 1

  Porcello

Collegi dei Docenti 2

Consiglio

                                                      Autonomia

Si prevede una grossa scocciatura.
Queste riunioni sono una iattura,
se volete, una possente rottura,
che tien dietro ad una lenta cottura.
Per tal male non basta la puntura,
ma sembra che ci voglia una sutura.
I presenti, uomini son di cultura,
purtroppo spesso senza caratura.
Speriamo d’evitare la tortura
con indifferente disinvoltura.
Vi racconterò ogni cosa con cura
senza mai ricorrere alla censura.
 
Ecco che ora la dolce signorina,
psicologa con il naso aquilino,
ci spiega e rispiega tutto a puntino.
Arrivata con aria un po’ spaesata,
in ritardo entra in aula trafelata
la notturna docente Stralunata.
La relazione ben presto è finita,
la nostra noia abbastanza lenita.
 
Il nostro Zelota tosto domanda,
ora comincia a suonare la banda.
E’ molto normale che questo accada,
perché dovunque egli pronto s’instrada.
- Organizziamo varie iniziative -
(a lanciar proposte è sempre proclive).
Più lunga appare della relazione
la domanda; della rivoluzione  
il capo carismatico esser crede,
per cui ad un po’ di silenzio mai cede.
Sento cose già mille volte dette:
snocciola argomenti come pandette;
mentre penso che basti lavorare
sodo, senza stare a rimescolare
il brodo, dando a tutti il buon esempio
e non far della professione scempio.
 
Infastiditi ci guardiamo attorno;
solo abbiamo dell’ordine del giorno
trattato con minuzia il primo punto,
tanto che non riesco a farne il sunto.
Chiuderei il verbale perché son stufo,
a sentire il pianto amaro del Gufo.
Di nuovo si lamenta Corbellino,
lavorare deve fin dal mattino.
Delle novità eclatanti ci parla,
cedendo grande retore alla ciarla.
Mi sembra il piano POF una scorreggia,
simile a rumore d’una puleggia.
La nuova direttiva ci dileggia!
Cari colleghi, operosa mia gente,
non ne voglio mai più sapere niente.
Sono novità che empiono la bocca,
non scalano del sapere la rocca.
Vogliono cambiamenti molto alati,
quindi volano in ampi cieli arati,
raccogliendo illusori vizzi fiori
da donare ansiosi agli educatori.
 
Non può mancare ora la confusione
che arriva con puntuale precisione.
C’è chi fa disegnini, chi sonnecchia,
chi ridacchia, chi dormicchia, chi nicchia,
chi sorride, chi ride, chi deride,
chi scribacchia, chi succhia, chi leggicchia,
chi scoccia, chi si scoccia, chi ti boccia,
chi scrive versi: siam tutti diversi,
docenti annoiati molto felici,
così creiamo fulgide cornici
d’inclito lavoro finalizzato
alla falsa autonomia del griffato.
 
Povera scuola, simile a gargotta,
così ti hanno questi pazzi ridotta!
La miglior cosa sarebbe andare via
per non sentire più la litania.
Alla fine di tanto vacuo dire,
che furenti ha scatenato ire su ire,
è creata la prima commissione
col mediatico sì del Faccendone:
l’irosa Diva e Zelota il pignolo
le loro turbolente sinergie
uniranno per preparare il bolo,
tesor facendo delle distrofie
della loro sapienza sopraffina.
(Non è forse meglio andare in piscina?).
 
Si cambia ora finalmente argomento,
ma non prevedo un gran miglioramento:
d’un eventuale si discute impiego
(chi è quello che ti sbircia con sussiego?)
delle ore già destinate al latino
per poter avere uno stuzzichino.
Vogliono lo stipendio arrotondare,
non è una novità da segnalare:
siam venali, siam pitocchi e mendichi,
ci guastiamo il fegato per due fichi.
 
Al progetto Comenius si dà spago;
la Bionda grida come una virago.
Inarrestabile l’alterco il lecito
supera; stupito, preci al Ciel recito.
Corbellino ora esclama con tormento:
- Sbafar desidero del buon frumento,
nella vita ho mangiato sempre biada -
(sembra che per la fame a terra cada)
O povera Italia, povera scuola,
guarda come gira la banderuola:
l’obiettivo non è l’insegnamento,
ma della pecunia il conseguimento.
Ecco, ancora la nostra novella Eva
la stridula e saccente voce leva:
portavoce del Collegio Docenti
s’assume senza aver pel pane i denti:
- E’ qui diventato tutto un mercato,
(beffarda Eco risponde: …ercato…ato…ato)
solo di denaro si parla! - (…arla…arla).
E’ il pensiero maligno che ti tarla.
Ma soltanto adesso te ne sei accorta?
A che pensavi con la mente distorta?
 
Ora disordinati gli interventi
s’accalcano penosi tra i docenti:
- Fra di noi discordia semina e guerra
il virus che all’amore attacco sferra -
- Rinuncio al progetto tanto studiato,
(notte e giorno il cervello hai affaticato?)
fate voi il corso di fotografia
perché io subito me ne vado via -
Per poter ovviare alle lamentele,
si sale sulla torre di Babele:
- Se il Collegio decide per il fare,
i progetti possono avanti andare -
- Volete che facciamo questi corsi? -
Accettano tutti senza rimorsi.
 
Lieve lieve si risente la vocina
di Pignolo, aggredito da Faina:
- Oggidì lei sempre mi sta attaccando!
(Ora sul vetro si sta arrampicando;
non ricorda quando con lui marciava
e bicchieri di whisky tracannava)
Il corso di fotografia risale,
se questo proprio non ricordo male,
allo scorso Collegio dei Docenti -
(di sicuro il clou di tutti gli eventi!)
Ringhia il Capo e rabbiosamente abbaia
contro quello che gli dà la baia:
- La mia parola contro la sua! -
(la testa muove come un cacatua)
- Il falso, caro signore, lei afferma;
(la sua mano tremula non sta ferma)
un gratuito richiamo ho ricevuto;
un’altra censura forse mi manda? -
Nuovamente infuria la sarabanda:
- Di sabato vi faccio lavorare! -
urla paonazzo per minacciare,
lui, della scuola gran lavoratore.
Ha ragione, fa il palo ogni mattino
davanti alle vetrate, poverino.
Imperterrito prosegue Pignolo,
tenace incalzando il Capo con dolo:
- Lei non convoca mai in tempo il Collegio,
il Consiglio; lei a tutti fa uno sfregio -
- Fu impossibile la convocazione,
e differita fu la riunione,
a causa del rientro di latino -
a più non posso strilla Corbellino;
- Si comporti da uomo! - urla esasperato.
- Io sono uomo - replica scalmanato
della scuola il fanatico patrono.
- Chieder non può quanti soldi ci sono!
Se la sbrighi con la Partenopea -
L’autonomia, che magnifica idea!
 
Autonomia, autonomia,
per merito tuo andrò in farmacia
a comprare un medicinale
che dalla testa mi tolga il male.
 
Grida a perdifiato l’egregio autore
al collega di ciance imbonitore:
- Dopo l’avvertimento è già sicura
una bella lettera di censura -
A mano a mano s’espande il litigio,
intanto fuori il ciel diventa bigio.
- Porca miseria, non capisce niente;
sempre lamento di soldi si sente;
io mi sto stancando, porca miseria,
dio benedetto, non è cosa seria;
la santa missione dimenticate:
(c’è chi pensa soltanto alle derrate)
salvare i giovani dall’ignoranza.
(Ah! Che nobile, ma vana speranza)   
prosegui

Lei parla di frecciate, tutto afflitto;
quali frecce, che frecciate d’Egitto!
Lei dovrebbe soltanto stare zitto.
Per screditarmi una lettera invia,
in cui disonora l’opera mia -
 
Onta, disonore e stupidità,
è assente l’ironica ilarità.
Povera scuola, come sei scaduta,
dietro a ‘sti tizi dall’aria saputa!
Ormai vige lo sfrenato arrivismo,
ammantato di subdolo buonismo,
di zelante imbevuto dirigismo
a governare la sfiancata scuola
morsa da cani senza museruola.
Qui non alberga più la dignità,
aumenta invece la volgarità
nei disdicevoli strilli assordanti
che percuotono impuniti gli astanti:
- E’ costui una vergogna per la scuola -
(Diventata sempre più mariuola;
ce l’ hanno, se non l’avete capito,
col Factotum dalle frecce colpito).
- Voi fate questo casino, (indecenti!),
in discordia per mettere i docenti -
Il sommo riprende Capo abbuffone:
- Danno alla scolastica Istituzione,
dove lui lavora (con devozione),
fa, non al singolo che va via -
(senza dar spiegazione a chicchessia)
 
Costui con frasario di basso alloggio
della sua cultura dotta dà sfoggio:
- Ma che cazzo ci sta a fare qui, lui,
(rispetto non ha delle orecchie altrui)
quando bussano alla porta insegnanti
 mille e mille, (sempre più mendicanti)? -
All’appropriato attacco inusitato
risponde affannato il malcapitato,
scambiato per un fiorato pitale:
- Prego sia messo a verbale
l’atteggiamento offensivo,
(molto diseducativo)
sia diretto che indiretto
(non ancor s’accenna al retto)
sugli uomini e mezzi uomini -
(erano un tempo condomini).
Strida l’aere lacerano acute,
brividi percorrono la mia cute,
di frementi proteste apportatrici,
non contro le stanziali meretrici,
ma contro il prode professor offeso
che ancora all’evidenza non si è arreso.
- Sto parlando, non sono un imbroglione!
(ma a volte ti comporti da coglione)
Ho la lettera al Preside inviato,
e al Provveditore per conoscenza,
(d’esser ti ritieni un pozzo di scienza)
per smantellare il piano manovrato -
Uhhhhh uhhhhh uhhhhh uhhhhh
Frastornati da urli son gli uditori,
della rissa involontari fruitori.
Laceranti espressioni invereconde
mugghiano simili a forsennate onde.
- Lasciatemi finire!
Io non vi ho mai interrotto!
(Qualche volta stai a sentire,
cerca di non far motto)
Se potessi gentilmente
esprimere il mio parere …-
(Di coscienza impara a fare
l’esame tutte le sere)
Ora si scatena la Bionda, e strilla
mentre l’occhio del Capuccio scintilla:
- Non so come va a finire.
Io mi rivolgo al tribunale -
L’atmosfera è saturnale,
e la cosa è subnormale.
Siamo normali? Mi chiedo perplesso:
la storia risulta più adatta al cesso.
 
Essere vorrei un cavallo e nitrire,
piuttosto che la diatriba sentire.
Falso, non falso, non vero, vero!
Aleggia sul Collegio il mistero.
- Fatemi parlare,
non m’interrompete;
lasciatemi fare
ciò che mi compete -
- Uhhh, uhhh, taci, zitto! -
Pignolo ormai è fritto.
- Gentilmente chiedo
(ma non vai in congedo?)
al Capo d’usare
(c’è il fio da pagare)
toni più gentili
(siamo noi civili)
nei confronti miei
(patetico sei).
Sopportar non posso
(se no, vedi rosso?)
affronti cotali
(davvero tribali) -
implora lo spaccamonti
che stenta, lui!, a replicare
alle contumelie amare.
 
Il professor Solerte è sbrindellato,
minutamente a scaglie tagliuzzato,
fatto a fette avanti al Collegio ingrato:
silenzioso, gaudioso?, nauseato?
Infieriscono Abbuffo e la Biondona,
lanciando parolacce da battona.
Distinti signori, che sia finita,
chiudiamo la questione incancrenita!
E invece la baraonda perdura
implacabile fuori di misura:
- Lei si comporta come un gesuita;
molta gente avrebbe al rogo mandato,
se stato fosse nel Seicento andato -
 
Nell’odierna riunione il linguaggio,
raffinato come a Calendimaggio,
del trivio ci propina un dolce assaggio;
i termini ricorrenti
che sibilano tra i denti
sono: cavoli, casino,
(tipici per un burino)
mezzi uomini, stronzo, cazzo,
(prescelti fiori del mazzo)
coglione, culo rotto.
Il Collegio è tutto cotto.
- Tu sei falso, bugiardo e ti denuncio -
E’ il buon Perto che ora sbotta, e ripete:
- E qui ti denuncio! E qui ti denuncio!
(Son successe cose che non sapete!)
Di fronte a tutti ti puoi vergognare -
(E’ solito dei colleghi sparlare)
Al bersagliato non si fanno sconti.
Infine, dice, attaccato da più fronti:
- C’è un accanimento nei miei confronti -
(Molta acqua è scivolata sotto i ponti)
 
Oh, gran bontà de’ professori antichi,
un tempo non eravate impudichi.
Mai eravamo caduti tanto in basso,
ho la bocca amara, l’animo lasso.
Tuona ancora il fervido Bracalone:
- Son contento d’andar via!
(qual disgrazia, mamma mia!)
Tutto è stato fatto in base alle norme
(c’è voluto certo uno sforzo enorme)
nel rispetto della legislazione -
Spinge a fondo lui
acuto il coltello
nella carne di colui
che ti spacca il capello.
E’ Maramaldo novello?
Un sospiro triste espello.
Chi la fa l’aspetti
è scritto tra i grandi detti.
Ti sei divertito
a fare dispetti,
adesso ingoia i rospetti.
E’ la legge del taglione:
tu mi dai del cialtrone,
io ti squarcio il polmone.
Siamo nella merda fino alla gola,
e non trovo nulla che mi consola.
S’inneggia alla professionalità,
ma intanto aumenta la precarietà
della nostra etica professionale
per borbottio scambiata viscerale.
 
Dopo confusione tanto sguaiata,
chi mai riattacca la serenata?
Ma il Leguleio! che insiste nel citare
le alte ragioni del suo gran daffare.
Parli, parli, e mai non smetti,
perché ripeti i concetti?
Non andare a briglia sciolta,
stai zitto una buona volta!
 
Di cacca oggi abbiamo largo uso fatto;
entusiasti del suo odoroso impatto,
ce la siamo scagliata con passione
in faccia, in onor della professione.
Povero me, cosa tocca ascoltare!
Vorrei nel bosco fresco passeggiare
e non essere immerso in tal pantano
d’insolenze, bassezze, interessi nascosti,
(e dire che siamo tanto composti!)
malignità, grettezze da studio freudiano.
 
Questa volta abbiamo toccato il fondo,
così qui vanno le cose del mondo.

Drago che fuma

Parapiglia 

Più non abita qui la meraviglia,
delizioso luogo di parapiglia;
gli strilli son consueti e le lagnanze
che stentoree insonorano le stanze
dell’eminente scuola nostra media
insonne spettatrice di tragedia.
E’ triste, ma divertente, vedere
come gli eccelsi uomini del Sapere
nuotino in mezzo al mar della scemenza,
solcando le alte onde dell’incoscienza.
 
Tutto inizia col pedante verbale
delle idiozie centro trasfusionale.
Con soporifero ritmo vien letto
mentre qualcuno s’affila il trincetto.
Mescolare la solita pappetta
offre l’antefatto della macchietta,
che a recitare s’appresta il Collegio
alla professione apportando spregio.
 
Invitati sono i preposti vari
a presentare i loro commentari.
Primo comincia Pignolo Banzai
della scuola tremendo samurai:
legge dell’operato suo il rapporto
pel futuro rinnovo passaporto.
Elenca deciso le cose fatte,
palpitante il cuore d’orgoglio batte.
Ma anche gli altri con risoluto piglio
vanno avanti a dipanare il groviglio
delle importanti funzioni obiettivo
che hanno svolto in modo superlativo.
E’ tutto perfetto, professionale;
qualcuna si lamenta, irrazionale;
tutti celebrano il loro lavoro,
inneggiando al greve superlavoro,
pagato poco e non riconosciuto,
pertanto il rinnovo va riveduto.
Minacciano di non ripresentarsi:
è una manovra per meglio quotarsi?
Noi vediamo che sono sempre pronti
dopo qualche giorno a rifare i conti.
E colui, che afferma d’aver ragione,
perché di sé ha gran considerazione,
non riesce a capire il comportamento
dei colleghi inclini all’incazzamento.
-Astro nella notte sono fulgente,
 luminosa guida per il discente;
delle vostre magagne analista,
del sindacato fido avanguardista;
portabandiera d’ogni novità,
insonne alfiere nelle asperità  
della onerosa prassi educativa 
verso cui sempre ebbi attrattiva. 
Voi che le leggi non sapete affatto,
sovente mi date del mentecatto;
tutto conosco e mantengo sott’occhi,
anche se spesso combino pastrocchi.
Preciso sono e con slancio lavoro,
ma concesso mai m’è stato l’alloro.
Da tempo ritengo d’aver ragione,
e ad esser prolisso ho la vocazione -
Invero questo lo pensano in molti,
colti, dai consigli d’Egeria avvolti.
 
Esatto come atomico orologio
accende la miccia il nostro Barbogio.
Per l’etere fuggono le parole,
cariche d’ira e vuote come fole.
Corbellino, grande assente nomato,
il barile subito ha scaricato;
ma poi, dell’affermazione pentito,
ad amare il prossimo porge invito.
Si dimena, urla, col cuore difende
colei che anche i suoi poteri si prende.

Spuntata è la tua spada, Corbellino,
a chi non merita non fare inchino;
con la retorica non si comanda,
né, tocco, mal s’elude la domanda
della collega che la rissa infiamma
e che allo scoperto porta il tuo dramma.
Stufi sono i docenti di sentire
le beghe vostre, gli alterchi sopire;
vedere il bianco diventare nero,
sopportare della scuola il Nocchiero.
Cari colleghi, passate in rassegna
il motto”Chi sa fa e chi non sa insegna”
e poi, chissà, vi ridimensionate
e il lavoro degli altri rispettate.
 
Non finisce ancora la baraonda;
nel Collegio furoreggia la fronda.
Incandescente diventa il finale,
con un tocco molto professionale:
i maestri a casa vogliono stare
già dal dieci giugno a riposare;
previsto non è dal loro contratto
essere costretti a pulire il piatto:
a scuola rimanga chi di dovere
e se lo prenda pure nel sedere.
Il povero Capo senza bastone
ricorre irato alla riprovazione:
-Ingovernabili siete e arroganti!-,
gli Educatori non hanno attenuanti;
per questo, furbi, zitti se ne stanno,
ma stavolta scendono dallo scranno.

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